In un confronto parallelo di gestione dei Pnrr di Italia e Spagna, al di là del mero ammontare delle cifre in gioco, con l’Italia che per volume del piano surclassa tutti quanti, emerge come Madrid abbia saputo gestire meglio, molto meglio che Roma l’occasione del Pnrr, con la saggezza pure di rinunciare a parte delle somme stanziate a debito per non dovere soggiacere a obblighi troppo penetranti e controproducenti per l’economia nazionale.
Proprio l’opposto di quanto accaduto in Italia, dove il Pnrr è stato delineato frettolosamente secondo il metodo “la qualunque” da parte del governo Conte 2 (M5s, Pd e sinistre varie), rabberciato alla bell’e meglio dal governo Draghi (ammucchiata di centro sinistra con fuori solo FdI) e corretto in corsa ben 5 volte da parte del governo di Giorgia Meloni, effettuando revisioni puntuali ma senza il coraggio di rinunciare a parte dei finanziamenti a debito ben sapendo che sarebbero stati soldi gettati al vento senza alcun reale ritorno in termini di crescita del Paese.
Di fatto, la Spagna ha tutelato meglio i propri interessi nazionali rispetto all’Italia, a partire dal richiedere dapprima la sola parte a fondo perduto quando in Italia Conte spacciava la balla dell’arrivo della “pioggia di miliardi” dall’Ue. Di fatto la Spagna ha preso tutti gli 80 miliardi di sussidi a fondo perduto (72 miliardi il sussidio italiano), ma prendendo per dosi successive la parte a debito, fermandosi ben prima di fare il pieno della quota a debito, a 21,5 miliardi su 83 complessivi prenotati a Bruxelles. L’Italia, viceversa, è andata dritta chiedendo anche tutta la parte a debito di 123 miliardi, anche se questa parte del Pnrr è forse la meno produttiva per la crescita e rischia di trasformarsi in spesa fine a se stessa, sorvolando che si tratta di debito pubblico che va ad ingrossare quello già esistente da oltre 3.000 miliardi.
Se nei giorni scorsi la Commissione Ue ha approvato l’ottava revisione del piano italiano e la nona di quella spagnola, la differenza sostanziale è stata nelle conseguenze delle revisioni. L’Italia ha mantenuto fisso il volume totale di spesa del Pnrr, salvo rimodulare la bellezza di 118 traguardi e obiettivi, di cui 93 modificati o sostituiti per renderli conseguibili, mentre la Spagna ha semplicemente rinunciato ad attuare piani e spesa tagliando ben 96 misure ritenute improduttive e solo fonte di spreco e di spinta al debito pubblico.
Di fatto invece di erogare dosi da cavallo di incentivi a un sistema produttivo che non vuole saperne di digitalizzazione, di riduzione dell’impatto ambientale di trasformazione dei processi produttivi per ridurre le emissioni, agevolazioni per la diffusione della mobilità elettrica come sta facendo l’Italia, la Spagna ha semplicemente cancellato gli obiettivi.
A ottobre 2023 la Spagna aveva chiesto e ottenuto circa 83 miliardi di prestiti unitamente alla quota di sussidi, salvo subito congelare la richiesta dei prestiti, utilizzando solo la quota di sussidio, salvo poi riprendere a piccoli passi pezzetti della quota di prestito, che si è fermata a 21,5 miliardi su un totale di 83.
A Madrid paiono avere fatto i conti meglio che a Roma, visto che attorno alla quota di prestiti dalle parti di Bruxelles c’è parecchia nebbia, tanto che sempre più chiaramente sta emergendo come la gestione finanziaria del piano europeo sia stata fatta a spanne, senza considerare l’andamento del mercato dei tassi, preferendo un indebitamento a breve invece che a lungo, tanto da registrare un buco nel bilancio dell’Unione per la sottovalutazione del costo del servizio del debito. Gli spagnoli si sono accorti che il costo del prestito comunitario non è poi così lontano dal costo dell’indebitamento diretto specie se i titoli sono emessi a medio termine invece che a breve come si è fatto a Bruxelles che sta scaricando i costi dell’indebitamento sugli stati che hanno utilizzato la quota del Pnrr a debito.
Ma a fare la differenza è stata la volontà di dare un taglio netto all’eccesso di vincoli e di burocrazia europea nella gestione del Pnrr e degli obblighi decisi dalla Commissione per l’utilizzo dei fondi. Madrid pare non avere gradito l’obbligo di rivedere la propria politica fiscale, a partire dall’eliminazione degli incentivi e delle agevolazioni fiscali che ingrassano il bilancio spagnolo, oltre ad agevolare imprese e cittadini, come nel caso delle accise ridotte sui carburanti che in Italia, invece, sono state incrementate sull’altare dell’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi e della penalizzazione dei carburanti fossili per la riduzione delle emissioni complessive.
Se oggi la Spagna continua ad avere un Pil che corre a briglia sciolta attorno al 2% mentre in Italia si festeggia una crescita (inaspettata) al +0,8-1%, qualcosa deve esserci, a partire dal diverso prezzo dei carburanti alla pompa, visto che le accise in terra di Spagna sono tra le più basse d’Europa, pari a 0,37 euro/litro per la benzina e 0,28 euro/litro per il gasolio, quando dal 1° gennaio 2026 in Italia il governo Meloni le ha unificate al livello astronomico di 0,67 euro/litro. Per soprammercato, poi, Madrid ha pure abbassato l’Iva sui carburanti dal 21% al 10% (22% in Italia) da marzo a tutto giugno per combattere il caro carburanti, mentre a Roma ci si è baloccati nel gioco alla fune delle accise mobili.
Per stessa ammissione della Corte di conti e dell’Ufficio parlamentare di bilancio, l’Italia avrà serie difficoltà a completare la spesa del Pnrr, anche dopo la trasformazione di circa 30 miliardi di spesa in strumenti finanziari con una vita utile allungata di tre anni. Ecco, sarebbe stato utile che Giorgia Meloni avesse avuto il coraggio di chiarire il quadro effettivo di un Pnrr nato disgraziato grazie all’approssimazione dei governi Conte 2 e Draghi, tagliando da subito tutto quanto è di fatto irrealizzabile o costituisce un mero spreco di denaro pubblico, evitando di esporre il fianco a risultati in molti casi traballanti se non inesistenti circa gran parte dei 600 traguardi e obiettivi della parte a debito dei 122 miliardi di Pnrr.
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