Italia bollente e a secco: la costruzione di bacini d’accumulo di acqua è ferma

Il clima torrido di questi giorni dimostra ancora di più la necessità di immagazzinare acqua sia a scopi irrigui, idropotabili e anche energetici, oltre che per regimare piene improvvise sempre più frequenti.

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L’Italia è sempre più a secco con il Nord in carenza d’acqua per la mancanza di piogge da tre mesi, così come il Centro-Sud, oltre a temperature decisamente sopra la media che hanno portato la poca acqua dei corsi a temperature anche oltre i 30°C, mettendo in crisi la fauna ittica, così come il mare dove le morie ittiche non si contano più.

L’Italia sarebbe un paese ricco di acqua, ma la sfrutta poco non disponendo di sufficienti impianti di accumulo volti a tesaurizzare un bene sempre più prezioso. Di fatto le dighe esistenti nel Paese risalgono quasi tutte agli anni Sessanta del secolo scorso, con una sostanziale moratoria alla costruzione dei nuovi impianti scattata dopo la tragedia del Vajont, dove un pezzo di montagna instabile franò dentro il bacino di un lago artificiale causando un’onda di piena che superò il coronamento della diga, rimasta indenne e oggi tragico monumento all’incapacità umana di prevenire le tragedie, causando un’immane alluvione a valle distruggendo l’abitato di Longarone.

Da quella tragedia immane dovuta alla mancata valutazione del rischio geologico di una montagna il cui stesso nome – monte Toc – doveva indurre più di un dubbio sulla consistenza della tenuta della roccia, la costruzione di accumuli di acqua si è fermata. E oggi il Paese ne paga le conseguenze, con una capacità di accumulo decisamente ridotta rispetto al potenziale di 300 miliardi di metri cubi di piogge che bagnano la Penisola ogni anno, aggravate anche dal fatto che la gente vuole sì la garanzia dell’approvvigionamento dell’acqua così come quello di irrigare i propri campi, ma di costruire una diga per realizzare un bacino di accumulo non ne vuole sapere.

Eppure in un contesto dove i principali fiumi sono spesso ridotti a rigagnoli, con portate insufficienti sia per l’agricoltura che per il raffreddamento degli impianti termoelettrici che vengono impossibilitati a funzionare che per contrastare la risalita del cuneo salino alla foce, sarebbe indispensabile attuare urgentemente una serie di nuovi bacini, che possono anche essere di dimensioni contenute e ambientalmente poco impattanti, inseriti bene anche nel contesto paesaggistico circostante anche a scopi turistici.

Le organizzazioni agricole assieme ai Consorzi di bonifica hanno presentato 223 progetti definitivi ed esecutivi di nuovi accumuli di medio piccola capacità, che però non decollano. Premono da anni perché si faccia un serio piano di gestione delle acque per assicurare l’approvvigionamento idrico alle campagne per evitare la moria che si assiste nei campi di riso o di grano in queste settimane. E se non si vogliono fare all’aperto, si può realizzarli in caverna sfruttando vecchie miniere o realizzando ex novo caverne di accumulo dove custodire l’oro blu anche meglio che non all’aperto, limitando al massimo la perdita di volumi tramite l’evaporazione.

Poi, in un contesto dove è strategico oltre che fondamentale disporre di sistemi di bilanciamento sulla rete elettrica per gestire l’estrema variabilità della produzione delle fonti rinnovabili, oltre all’accumulo elettrochimico quello idrico diventa fondamentale, oltre che essere una tecnologia pienamente autarchica che non deve dipendere da brevetti, licenze e materiali spesso concentrati nella sola mano cinese. Così, realizzare nel cuore di una montagna o di una collina due caverne una sopra l’altra separate da una quota variabile da qualche decina a qualche centinaio di metri e tra loro collegate, consente di fare fluire l’acqua dal livello inferiore tramite pompaggio, prelevando dalla rete l’energia in eccesso e spesso a costo zero, a quello superiore, da dove si può fare rifluire verso il basso quando c’è richiesta di energia o quando la sua remunerazione è maggiore, come nelle ore notturne. Il tutto ad impatto ambientale praticamente azzerato, se non nella fase di scavo e approntamento dell’impianto.

I serbatoi a monte possono costituire una riserva idrica anche per altre necessità e possono produrre energia elettricagratis” quando raccolgono l’acqua di origine meteorica. Inoltre sia i bacini a monte che quelli a valle, con un adeguato dimensionamento della loro capacità, possono essere utilizzati per mitigare gli effetti delle eccessive precipitazioni, spesso causa di allagamenti quando non di fenomeni alluvionali.

In tutto il mondo sono installati più di 90 GW di impianti di pompaggio, corrispondenti al 3% della capacità globale di generazione. Questi impianti sono essenziali per il funzionamento, la regolazione e la razionalizzazione delle reti di trasmissione dell’energia elettrica.

Un discorso a parte merita il potenziamento degli impianti esistenti, visto che gran parte delle dighe esistenti, specie quelle nate a servizio delle centrali idroelettriche, oggi hanno una capacità di accumulo dimezzata rispetto al potenziale di 13,8 miliardi di metri cubi per via del loro progressivo interramento.

Fino a pochi anni fa, era pratica comune procedere allo svaso periodico dei bacini aprendo lo scarico di fondo per fare defluire con l’acqua anche gran parte dei limi trascinati da fiumi e torrenti. I bacini si ripulivano tornando alla capacità originaria, ma a valle dello sbarramento la fauna ittica e la biodiversità era azzerata. Oggi questa pratica sì efficace ma traumatica per l’ambiente non si pratica più, ma non si è provveduto a sostituirla con dragaggi continuativi che avrebbero anche il vantaggio produrre materiali inerti alternativi a quello delle cave. Oggi s’impone la necessità di attuare rapidamente un’azione di pulitura dei bacini per ripristinarne la capacità originaria che va destinata parte alla funzione di laminazione da piene, parte per accumuli extra per uso irriguo e di supporto alla portata del corso d’acqua e parte alla produzione idroelettrica, magari predisponendo anche per le dighe esistenti un impianto di pompaggio e di accumulo in prossimità della sala macchine delle centrali.

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