Il terremoto politico in Germania orientale ha riaperto un dibattito profondo che va ben oltre le dinamiche elettorali che ha registrato una forte partecipazione di votanti, al 78% degli aventi diritto. Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno certificato un dato inequivocabile: l’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD) non è più solo una forza di protesta, ma un partito egemone in ampie fette dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (Ddr), con possibilità di crescita sempre più marcata anche nel resto della Germania, così come hanno già confermato le elezioni politiche del 2025 quando AfD si è piazzata al secondo posto con oltre il 20% dei consensi, superata solo dalla CDU di Friedrich Merz al a poco più del 28% dei voti. Una situazione che, se si votasse oggi, vedrebbe i rapporti di forza invertiti, con AfD al 27,9%, prima forza politica del Paese, con la CDU staccata a meno del 21%.
Nella fu Germania dell’Est, l’ex Ddr, il partito di estrema destra ottiene da anni risultati molto superiori a quelli dell’Ovest. Alle politiche 2025 l’AfD aveva preso il 20,8% a livello nazionale, ma oltre il 30% in tutti i Länder orientali: 38,6% in Turingia, 37,3% in Sassonia, 37,1% in Sassonia-Anhalt. Alle regionali del 2024 era arrivata al 32,8% in Turingia, al 30,6% in Sassonia e al 29,2% in Brandeburgo.
Per comprendere questa frattura tra Est e Ovest, non basta guardare ai grafici dell’economia contemporanea: bisogna fare i conti con la storia e con il modo radicalmente diverso in cui le due Germanie hanno elaborato (o rimosso) il trauma del nazismo.
Nella Germania dell’Ovest, il processo di fare i conti con il passato nazista e il dramma dell’Olocausto è stato lungo, doloroso e capillare. Le generazioni successive alla guerra hanno chiesto conto ai propri padri, la scuola e le istituzioni hanno lavorato per interiorizzare la colpa storica, rendendo il rifiuto del neonazismo un pilastro identitario e dirimente per la Repubblica Federale.
Nella Germania dell’Est comunista, invece, la narrazione è stata diametralmente opposta. La Ddr si autodefinì fin dalla sua fondazione come il “primo Stato antifascista tedesco”. L’ideologia di regime insegnava che il fascismo era semplicemente lo stadio supremo e degenerato del capitalismo; pertanto, essendo la Ddr uno stato socialista, i suoi cittadini erano “per definizione” antifascisti, una dottrina calata dall’alto che ha avuto un effetto anestetizzante, proiettando la colpa del nazismo sull’Ovest capitalista. Ai cittadini dell’Est fu spiegato che non era colpa loro, esentandoli da un’introspezione collettiva e dal senso di responsabilità per i crimini del Terzo Reich. Oggi, il risultato di questa mancata elaborazione è che il “cordone sanitario” morale contro l’estrema destra, relativamente solido a Ovest, a Est risulta molto più fragile.
Il lato “storico/morale” non basta a spiegare il successo di Alice Weidel, Tino Chrupalla e dei leader locali dell’AfD. L’AfD ha trovato un terreno fertilissimo nelle promesse tradite della riunificazione, a cui si aggiungono gli errori strategici della politica economica e ambientale decisa dalla Commissione Ue con il “Green Deal”.
A oltre trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, la situazione economica all’Est rimane strutturalmente peggiore rispetto all’Ovest. Nessuna delle più grandi aziende tedesche quotate alla Borsa di Francoforte ha sede nell’ex Ddr. I salari sono mediamente più bassi, lo spopolamento e la fuga di cervelli verso l’Ovest hanno desertificato intere province rurali, e molti cittadini dell’Est si sentono ancora trattati come “tedeschi di serie B”, colonizzati economicamente e culturalmente dalle élite occidentali.
In questo clima di risentimento, il messaggio dell’AfD ha risuonato potente: il partito si propone non solo come scudo contro l’immigrazione e le politiche ecologiste di Berlino (vissute come imposizioni di un’élite urbana scollegata dalla realtà), ma come il vero difensore degli “interessi dell’Est”. L’AfD ha saputo capitalizzare questa frustrazione economica unendola a un nazionalismo identitario che, libero dai tabù storici occidentali, ha trovato finalmente la sua valvola di sfogo. Il candidato presidente dello Stato, Ulrich Siegmund ha già rilanciato: «in caso di necessità ci sarebbero semplicemente nuove elezioni, e allora otterremmo il 50 o il 55%» rispetto al 43% appena incassato, ma insufficiente a formare un governo in autonomia.
Poi, come detto, c’è lo zampino delle scelte ecologiste della Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen che hanno duramente impattato sul settore produttivo nazionale, a partire dall’automotive che è in gravissima crisi specie in Germania. E la crisi della Volkswagen che, guarda caso, ha 9 dei suoi 11 stabilimenti proprio nella Germania dell’Est, ha dato ulteriore benzina alla protesta sociale, con lo scenario della chiusura di almeno 4 fabbriche e il licenziamento nei prossimi anni di 100.000 dipendenti.
Poi, ci si mettono anche gli errori di strategia di Angela “Mutti” Merkel con la sua idea nel 2015 di aprire il Paese a un milione di profughi siriani puntando sul fatto che si trattava di immigrazione qualificata carente proprio nella parte produttiva che permetteva di far risparmiare al sistema tedesco 6 miliardi di spesa. Solo che la logica del cuore, più o meno interessato, ha sbagliato di conto, visto che ogni nucleo in arrivo dalla Siria, mediamente composto da 5 persone, ha avuto accesso senza limiti temporali ad alloggio compreso di servizi, e un assegno di 500 euro al mese per ciascun componente del nucleo familiare, pari ad una media di 2.500 euro mensili. Un trattamento decisamente alto, per altro senza obbligo di lavorare, complessivamente superiore a quanto messo assieme da un operaio metalmeccanico medio, innescando così tensioni e recriminazioni sociali.
Infine, mettiamoci anche il caro energia, con la Germania che non ha più potuto fruire delle forniture di gas metano dalla Russia a prezzo di favore – poi sembra rivenduto ad altri paesi Ue con un tangibile sovrapprezzo per il disturbo di essere transitato dal territorio tedesco – la penalizzazione alle fonti energetiche fossili volute dall’Ue, al blocco dell’energia nucleare voluto dai Verdi partner di coalizione dei vari governi, con il risultato che i costi energetici per famiglie e imprese sono schizzati facendo saltare equilibri di bilancio delicati, cui si è poi aggiunta la progressiva chiusura del mercato cinese all’export tedesco.
Quanto avvenuto in Sassonia rischia solo di essere il primo passo di un profondo rimescolamento della politica tedesca e, con le elezioni politiche del 2027 in Francia, Italia e, forse, in Spagna, anche degli equilibri in seno all’Unione europea, centro di deflagrazione della crisi economica e sociale che sta contagiando l’Europa, che solo poche settimane fa ha ricevuto l’ennesimo schiaffo sulla proposta di allargamento all’Islanda da parte del referendum sull’adesione.
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