Il mercato unico Ue funziona poco e male

Studio della Bce: tagliare del 2% le barriere interne Ue sterilizzerebbe i dazi Usa. I Paesi intervengano sugli ostacoli al commercio intra-Ue.

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Che l’Unione europea di Ursula von der Leyen funzioni di male in peggio è ormai cosa nota e il problema è che, invece di migliorare, peggiora costantemente, tanto che anche quella che dovrebbe essere la spina dorsale dell’Unione, il mercato unico, va male, fallendo l’obiettivo di creare una realtà di scambi europea efficiente e priva di ostacoli.

Se ne accorta anche la Banca centrale europea che, nello studioPotenziale inespresso del mercato comune”, elenca una serie di problematiche non risolte che negli ultimi anni sono andate peggiorando. «Una riduzione di appena il 2% alle barriere all’interno del Mercato comune su beni e servizi potrebbe, nel lungo termine, compensare totalmente l’impatto atteso sul Pil derivante dal rialzo dei dazi americani» attacca la Bce, secondo cui la riduzione minima ai regolamenti, alla burocrazia e alle pratiche anti-concorrenziali che ostacolano il commercio fra i Paesi Ue darebbe una spinta del 3% circa al commercio.

Lo studio rappresenta un ulteriore pungolo alla rimozione dei cosiddettidazi interni” da parte dei Paesi europei dopo l’affondo protezionistico di Trump, che secondo la Bce, fra aumenti tariffari ed effetto-incertezza, ridurrebbe cumulativamente il Pil Ue di circa 0,7 punti percentuali nel periodo 2025-2027.

Lo scorso dicembre, il presidente della Bce, ChristineCroissantLagarde, aveva affermato che le barriere interne, stimate equivalenti a un dazio del 110% sui servizi e del 60% sui beni, sono «ostacoli aggiuntivi che sono largamente decisi a livello nazionale». L’effetto positivo di minori barriere interne al commercio di beni e servizi – si legge nello studio della Bce – non si vedrebbe immediatamente: richiederebbe del tempo per materializzarsi, e «sarebbe richiesto uno sforzo sostenuto in termini amministrativi e di messa a terra» dei provvedimenti.

Eppure «il mercato unico porta benefici economici e strategici – scrivono gli autori della ricerca – e costituisce la prima linea di difesa di fronte a uno scenario geopolitico in rapida evoluzione».

La conclusione degli autori è che «nell’attuale contesto geopolitico, rilanciare l’integrazione Ue è particolarmente importante per mitigare gli effetti avversi derivanti dalle tensioni commerciali esterne, come quelle causate dai recenti dazi statunitensi».

I problemi della mancata competitività del mercato unico sono connessi all’iper regolamentazione varata negli ultimi lustri dagli organismi europei, parallelamente a politiche di contenimento della spesa pubblica contenute nel patto di stabilità, oltre ad un eccesso di norme frammentate a livello di singoli stati europei e ad un eccesso di burocrazia, europea e nazionale.

E, avendo come obiettivo un’economia esportatrice disegnata sulle esigenze in particolare della Germania, i mercati interni sono stati progressivamente depressi, puntando la competitività non tanto sull’innovazione della manifattura quanto sulla compressione dei salari, cosa particolarmente evidente in una realtà come quella italiana.

Di fatto, l’integrazione monetaria ha favorito la disintegrazione economica reale dei paesi membri, favorendo interventi recessivi che hanno finito con il danneggiare il mercato unico. Che, secondo un altro studio, questa volta della Commissione, si afferma che «il mercato unico è la nostra risorsa migliore per contrastare le pressioni esterne ed è giunto il momento di sfruttare i suoi punti di forza». Il che dice tutto e il suo contrario.

Tornando ai numeri dell’economia europea, il temuto sfracello connesso con la stagione dei dazi Usa pare non essersi verificato in modo catastrofico. Visto che secondo i dati della bilancia dei pagamenti europea appena diffusi da Eurostat evidenziano un saldo positivo (surplus) nel terzo trimestre 2025 dell’Unione europea con le partite correnti in attivo di 57,3 miliardi di euro (pari all’1,2% del Pil). Anche se si tratta di un valore in netto calo dagli 80,5 miliardi di euro del secondo trimestre e dai 96 miliardi del quarto trimestre 2024. Nella sola area euro il surplus è stato di 45,8 miliardi, in netto calo rispetto al trimestre precedente (83,7 miliardi) e al corrispondente trimestre del 2024, quando il surplus fu di ben 88,2 miliardi di euro.

E se il mercato unico Ue ha registrato dati positivi verso Regno Unito (+75,7 miliardi, era 69,2 nel terzo trimestre 2024), Canada (+12 miliardi, in calo dai 13,7 del terzo trimestre 2024) e pure degli Usa (+9,2 miliardi, in netto calo rispetto ai +25 miliardi dello stesso trimestre del 2024), al contrario, ha registrato un forte deficit con la Cina (-58,3 miliardi, in peggioramento rispetto a -49,5 del terzo trimestre 2024). Deficit anche con l’India, sia pure in diminuzione (-0,3 miliardi nel terzo trimestre 2025 contro -0,7 dello stesso periodo del 2024). Un dato dovrebbe preoccupare: la bilancia dei pagamenti manifatturiera tra Ue e Cina è peggiorato nel terzo trimestre 2025, passando da 64,6 miliardi del 2024 a 70,1 miliardi del 2025. Mentre negli stessi periodi, il saldo merci con gli Stati Uniti è rimasto invariato a favore dell’Ue, +66,5 miliardi. E se sul fronte manufatturiero il bilancio Ue-Usa non subisce terremoti, va invece male il dato relativo ai servizi, dove il deficit europeo aumenta da 30,8 miliardi a 41,6 miliardi, evidenziando come nei settori della finanza e delle tecnologie digitali l’Ue sia sostanzialmente arretrata rispetto agli Usa.

Scendendo a livello di singoli stati del mercato unico europeo, la Germania ha fatto registrare un saldo delle partite correnti di 41 miliardi nel terzo trimestre, in calo rispetto a tutti i trimestri precedenti 2025. L’Italia fa meglio, con un surplus di 14,4 miliardi, in crescita dai 10,3 del trimestre precedente e +5 miliardi rispetto allo stesso trimestre del 2024. Continua la crisi della Francia, che inanella il terzo deficit consecutivo dell’anno (-4,8 miliardi di euro)

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