Deciso rialzo dei prezzi dei carburanti e, a ruota, dell’elettricità con nuovi aumenti generalizzati cuasa la guerra in Iran. Il gasolio è al livello più alto dal 28 febbraio 2025, complice anche i rincari delle accise decisi dal governo Meloni a partire dal 1° gennaio 2026. E per l’elettricità già ci sono forti tensioni sul prezzo al mWh, complice il superamento della soglia dei 60 euro del gas metano che sul mercato olandese TTF sta testando la soglia dei 70 euro mWh, con pensanti ricadute sulla generazione delle centrali italiane che funzionano a gas.
Secondo la rilevazione di Staffetta Quotidiana che precisa come «gli aumenti non tengono conto del balzo delle quotazioni petrolifere dopo l’attacco all’Iran, quindi gli effetti sui prezzi alla pompa si vedranno a partire nei prossimi giorni», particolarmente esposto ai rincari è il gasolio che al self service è a 1,728 euro/litro (+8 millesimi) e il diesel servito a 1,865 euro/litro (+7).
Staffetta Quotidiana ricorda che il Brent è balzato del 10% superando gli 80 dollari al barile negli scambi infragiornalieri (l’ultima chiusura sopra gli 80 dollari risale al luglio 2024) mentre a preoccupare è anche il gas, con il Ttf schizzato del 30% negli scambi infragiornalieri.
Ad allarmare sono le condizioni degli impianti di approvvigionamento di GNL e di carburanti attaccati dall’Iran in Qatar e Arabia Saudita. Doha ha sospeso la produzione di gas naturale liquefatto di Ras Laffan, dove esiste il più grande impianto al mondo di produzione di GNL, e Mesaieed. Il Qatar è il secondo maggior fornitore di gas naturale liquefatto dell’Italia, dopo gli Usa, con una quota del 24%, e il quarto dell’Ue. Edison importa dal 2009 dal Qatar 6,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Eni nell’Emirato partecipa al progetto North Field East (Nfe) con una quota del 12,5% e ha un contratto per 1,5 miliardi di metri cubi all’anno di Gnl fino al 2053 che dovrebbe partire quest’anno.
L’interruzione della produzione nei siti qatarini ha fatto schizzare il prezzo del gas sfiorando i 70 euro al mWh.
L’Arabia Saudita ha invece interrotto le operazioni nella raffineria di Ras Tanura dopo un attacco con un drone, abbattuto dalla difesa saudita. Il complesso di Ras Tanura ospita una delle più grandi raffinerie del Medio Oriente, con una capacità di 550.000 barili al giorno.
Davanti a questo nuovo scenario la Commissione europea prova a rassicurare, invitando alla calma. Le attuali riserve sotterranee di gas nell’Ue sono piene al «30% circa e sono ancora entro i limiti fissati per garantire livelli adeguati fino alla fine dell’inverno e il rifornimento in estate. Non stiamo adottando misure di emergenza, non c’è carenza e non c’è emergenza».
Secondo l’Unem, l’Unione nazionale energie per la mobilità, le tensioni si vedono soprattutto sul gasolio, che a livello di quotazioni Platts Cif Med ha registrato in una sola seduta un aumento di quasi 10 centesimi euro/litro (+17,5%). La benzina è invece cresciuta di 3,3 centesimi (+7%). Complessivamente da inizio febbraio gli aumenti sono stati pari a 7 centesimi euro/litro per la benzina e a 14,5 centesimi per il gasolio. Contribuendo così anche alla spinta dell’inflazione che a febbraio ha dato segnali di risalita, visto che la quasi totalità dei trasporti italiani viaggia su strada e il costo del carburante costituisce una delle voci di costo più elevata, spinta al rialzo anche dalla manovra sulle accise voluta dal governo Meloni, con effetti anche sull’aumento della tassazione nazionale che ha sfondato il record del 43%.
I rialzi delle quotazioni sui carburanti si sono trasferiti solo in piccola parte sui prezzi al consumo: secondo i dati del MIMIT (Osservaprezzi), il 3 marzo la benzina ha raggiunto in media 1,698 euro/litro (+2 centesimi) e il gasolio 1,760 euro/litro (+3 centesimi), ma è prevedibile che l’incremento dei prezzi alla pompa prosegua nei prossimi giorni con il perdurare della situazione “rialzista” dei mercati del petrolio e dei prodotti finiti.
L’impennata del gasolio, così come del carburante per aerei, è legata alla forte pressione sulle forniture provenienti dall’area del Golfo Persico. Negli ultimi anni sia l’Italia che molti altri paesi europei hanno aumentato gli arrivi dalle raffinerie che si affacciano sul Golfo Persico e che devono necessariamente passare attraverso lo Stretto di Hormuz.
Attualmente, il 57% del gasolio (3 milioni/tonnellate) e il 20% di jet fuel (500.000 tonnellate) importati dall’Italia transitano per Hormuz, mentre solo il 6% del petrolio (3,3 milioni/tonnellate) passa per lo Stretto perché gran parte del greggio saudita evita lo Stretto di Hormuz trasportato tramite l’oleodotto East West crude oil pipeline sulle coste del Mar Rosso, realizzato dopo il conflitto tra Iran e Iraq nel 1980. Inoltre, il 42% del greggio importato in Italia arriva dal continente africano (Libia primo fornitore con il 24%), il 30% arriva da Azerbaijan e Kazakhstan e il 13% dagli USA.
Secondo l’Unem, l’Italia è in posizione di relativa sicurezza, viste le capacità di raffinazione degli impianti nazionali per una potenzialità di 87 milioni di tonnellate annue, che nel 2025 è stata sfruttata per circa 68 milioni di tonnellate, a fronte di consumi interni per 56 milioni di tonnellate, di cui circa 9 milioni di tonnellate di benzina e 23 ml/tonn di gasolio e 5 ml/tonn di jet fuel.
In allarme sono in particolare le aziende energivore, a partire dal settore metallurgico, ceramico e cementiero, forti consumatrici sia di gas metano che di energia elettrica, che temono forti difficoltà se l’andamento rialzista del mercato, fortemente marcato da una tendenza speculativa dato che al momento gli approvvigionamenti non sono critici, visto che già prima della crisi scontano costi energetici, uniti al costo delle emissioni carboniche imposto dal “Green Deal”, decisamente superiori alla concorrenza europea ed internazionale.
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