Alla fine, dopo un lungo lavoro sotterraneo di trattative, richieste e concessioni reciproche, la Commissione europea ha partorito il topolino della maggiore flessibilità dei conti pubblici anche sul fronte energetico, oltre che su quello militare, concedendo all’Italia (e agli altri paesi Ue) uno 0,3% di maggiore spazio di manovra in deficit per tre anni. Di fatto, sul piatto ci sono circa 13 miliardi di euro in totale da suddividere in tre anni, ma con una destinazione vincolata: sì agli investimenti per le rinnovabili e per l’elettrico, no ai sussidi a pioggia per il taglio delle accise. Una vittoria a metà per il governo Meloni che ha sì ottenuto quella flessibilità prima negata, ma con una stretta regimazione europea su dove destinare le risorse potenzialmente disponibili a debito. Di fatto, una vittoria di Pirro.
La flessibilità concessa da Bruxelles per il caro-energia in risposta alle richieste dell’Italia coprirà soltanto le spese che favoriscono gli investimenti ma non di certo quelle non mirate o destinate ad aumentare il consumo e la dipendenza di combustibili fossili.
Secondo le tracce dettate dal commissario Ue all’Economia, il lettone frugale Valdis Dombrovskis, gli Stati membri possono richiedere l’estensione dell’ambito di applicazione della clausola di salvaguardia nazionale, derogando dai vincoli del Patto di Stabilità, dalla difesa all’energia, per lo 0,3% all’anno per un periodo dal 2026 al 2028, con un limite cumulativo dello 0,6% nel triennio. A conti fatti, l’Italia potrebbe scorporare spese per circa 13,6 miliardi di euro con la flessibilità dei conti pubblici.
La Commissione europea fissa però stabilisce limiti per i tipi di spesa che si possono scorporare dal computo del deficit. Sono coperte tutte le misure, intraprese a partire da febbraio 2026, che aiutano a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Tra gli investimenti contemplati: i progetti su larga scala nelle reti energetiche, nello sviluppo delle energie rinnovabili, miglioramenti dell’efficienza energetica, installazioni solari, batterie per l’accumulo di energia. Non sono esclusi nemmeno i sussidi, ma questi devono essere mirati alla transizione verde. In sostanza sono previsti i sussidi a favore di famiglie e imprese che adottano misure per allontanarsi dai combustibili fossili, come ad esempio gli incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici, per la sostituzione del sistema di riscaldamento domestico da petrolio e gas a con le pompe di calore.
La Commissione “non apprezza” le misure che sovvenzionano l’uso dei combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise, perché «non si può affrontare uno shock dell’offerta stimolando la domanda, perché ciò non farebbe altro che mantenere alti i prezzi dell’energia, in particolare del petrolio e del gas», osserva Dombrovskis, rimarcando inoltre che tali provvedimenti farebbero spendere agli Stati «ingenti somme di denaro per un beneficio limitato». La raccomandazione per tutti è sempre quella di adottare misure temporanee, mirate e utili alla transizione, e a non commettere gli errori visti durante la crisi energetica del 2022, in cui alcune misure hanno fatto lievitare i conti pubblici senza peraltro ridurre la dipendenza da gas e petrolio.
Peccato che con lo strabismo della Commissione europea non si riempia il serbatoio di auto e camion o non si riesca a fare funzionare le caldaie per la produzione di acqua calda per farsi la doccia o riscaldare le case. O fare funzionare filiere industriali come quelle cartarie, chimiche, ceramiche o acciaierie grandi consumatrici di energia elettrica e termica. Dalle parti di Bruxelles continua l’approccio ideologico contro il fossile a prescindere, quando i problemi di famiglie e imprese sono dell’oggi, contingenti, e non possono attendere i tempi connessi con gli investimenti che sarebbero stati autorizzati in deroga.
Che intervenire sui prezzi dell’energia, carburanti, gas metano o elettricità, sia un’urgenza attuale lo dimostra anche la relazione delle “Prospettive economiche Ocse” appena presentate a Parigi che lega proprio all’andamento dei prezzi energetici la situazione economica italiana. «La crescita del Pil dell’Italia dovrebbe assestarsi allo 0,5% nel 2026, a causa del nuovo shock sui prezzi energetici che pesa sul consumo delle famiglie, sugli investimenti e sulle esportazioni. E l’aumento dei prezzi dell’energia – prosegue l’Ocse – causerà un aumento dell’inflazione, cancellando la recente progressione dei salari reali». Salari che in Italia sono particolarmente compressi tanto che secondo l’analisi della stessa Commissione Ue, «l’Italia è tra gli Stati membri in cui i salari reali sono diminuiti di più dal 2019».
Tornando all’Ocse, il costo dell’energia è il fattore dirimente dell’economia italiana: «le prospettive dell’Italia sono relativamente esposte all’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, vista la quota elevata di energia prodotta a partire da combustibili fossili importati e il peso della produzione manifatturiera esportata».
E se non s’interviene subito sulla voce costo energia che non può che avvenire tramite l’intervento sull’eccessivo carico fiscale gravante in Italia, spesso oltre il 50% del prezzo finale, la svolta non arriva a breve e il rischio è che la situazione migliori quando il paziente – l’economia nazionale formata da cittadini ed imprese – sia già morto.
E se la strada della flessibilità dei conti pubblici europea è una strada ad ostacoli, il governo Meloni ha la possibilità di svoltare sull’efficientamento della spesa pubblica nazionale, sempre evocata ma mai applicata per paura di ricadute negative sul consenso elettorale. Eppure, secondo la stessa Commissione europea, «in Italia esistono ben 2.723 incentivi, di cui 348 di competenza nazionale e 2.375 di competenza regionale. Questi ultimi rappresentano solo il 18% delle risorse complessive. Tale frammentazione comporta elevati oneri amministrativi per le imprese e inefficienze nella ripartizione delle risorse tra i territori e i ministeri». Ecco, sfrondare, tagliare, semplificare questa mole di agevolazioni spesso vecchie e non più giustificate dall’evoluzione del contesto economico, sociale e tecnologico, che tutte assieme valgono circa 100 miliardi all’anno di spesa, si potrebbe liberare anche più risorse di quelle concesse dalla flessibilità europea, per di più senza andare a creare nuovo debito.
Per rimanere sempre aggiornati con le ultime notizie de “ViViItalia Tv”, iscrivetevi al canale Telegram per non perdere i lanci e consultate i canali social della Testata.
Ti piace “Lo Schiacciasassi”? Iscriviti qui sul canale YouTube di “ViViItalia Tv”
Ti piace “ViViItalia Tv”? Sostienici!
YouTube
Telegram
https://www.linkedin.com/company/viviitaliatv
https://www.facebook.com/viviitaliatvwebtv
© Riproduzione Riservata

