Flat tax successo di adesioni tra i contribuenti, ma redditi medi molto bassi

Oltre 2 milioni di partite Iva hanno adottato il sistema, ma le dichiarazioni medie (17.180 euro lordi) sono ben lontane dal tetto degli 85.000 euro.

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La flat tax con il suo basso livello di prelievo al 15%, compensato dall’indeducibilità di quasi tutti i costi sostenuti dall’attività, ha sempre più successo tra le partite Iva, specie tra quelle del mondo professionale dove gli investimenti operativi per svolgere la professione sono molto bassi, al più un computer e l’affitto di un ufficio e le relative utenze.

Anche per il 2025, come evidenzia la relazione della Corte dei Conti, c’è stata la crescita delle adesioni alla flat tax che ha raggiunto i 2 milioni di contribuenti pari a circa il 52% del totale degli autonomi, cosa che ha comportato una perdita di gettito, rispetto alla tassazione ordinaria, di circa 3,4 miliardi di euro per il solo 2025 che, secondo la Corte dei Conti, risulta essere «sensibilmente superiore alle previsioni originarie, e con una progressiva crescita dei soggetti che si avvalgono del regime che è pari al 24,7% rispetto al 2019».

Per rientrare nella flat tax non si deve superare un volume di ricavi o di compensi di 85.000 euro, che alla prova delle dichiarazioni presentate nel 2025 risulta ampiamente sotto il tetto, tanto da parlare in media di una realtà fatta da microredditi, visto che la dichiarazione media è di 17.180 euro. E se si allarga lo sguardo, il 46% dei contribuenti in flat tax (pari a 936.000 dichiarazioni) rientra nella fascia dei 20.000 euro di reddito. Decisamente bassa.

La Corte dei Conti rileva anche una forte differenza territoriale, visto che le dichiarazioni 2025 (riferite ai redditi conseguiti nel 2024) vedono i redditi medi più alti in Alto Adige, Lombardia, Trentino, Veneto ed Emilia Romagna. Mentre quelli mediamente più bassi sono in Calabria, Campania, Puglia e Molise. Con una differenza reddituale media tra contribuenti in flat tax del Nord e del Sud di circa il 30%.

La Magistratura contabile ha evidenziato come «andrebbero valutate le distorsioni che il regime forfetario induce sul piano della crescita dimensionale dei soggetti economici, non incentivando la crescita delle imprese oltre il limite dimensionale caratterizzato dall’agevolazione». La stessa Banca d’Italia aveva evidenziato come la fuoriuscita dalla flat tax costasse il 10,2% in termini di valore aggiunto e si traducesse in un freno a crescere per non abbandonare i vantaggi sia per il prelievo fiscale che per la semplificazione degli adempimenti.

Una preoccupazione che alla prova dei fatti risulta largamente infondata, visto che la media dei redditi dichiarati lascia ancora largo spazio alla crescita di fatturato e delle dimensioni dell’attività, magari ricorrendo anche alla società tra professionisti, struttura che però non è abbastanza incentivata sotto l’aspetto procedurale e fiscale.

La Corte dei Conti evidenzia poi che «i redditi medi di molte categorie in regime ordinario (lavoro autonomo e impresa) risultano in calo; ciò potrebbe significare che il regime della flat tax, anche per l’incremento della soglia da 65.000 a 85.000, stia assorbendo anche alcuni contribuenti che prima erano in regime ordinario».

La flat tax attira soprattutto i professionisti: la relazione della Corte dei Conti evidenzia in particolare una concentrazione di soggetti attivi nei servizi di sanità privata (psicologi, medici, fisioterapisti e paramedici), che costituiscono il 10,3 %, seguiti dal settore tecnicoedilizio (circa il 10%). Di fatto l’insieme dei professionisti che sfrutta la normativa ammonta a 154.828 contribuenti, pari al 7,4% della platea, cosa che, secondo la Magistratura contabile, «la particolare incidenza delle attività professionali e la ridotta dimensione economica dichiarata indurrebbero a valutazioni finalizzate a verificare se la numerosità delle posizioni sia legata a strumentali frammentazioni delle attività». Quindi, si va oltre la semplice convenienza a non crescere per rimanere nel regime. C’è un fenomeno da indagare se anche chi dovrebbe trovarsi in un’altra situazione soggettiva, magari in una struttura più grande, resta invece ancorato ai vantaggi del forfettario.

L’adesione ai regimi forfettari evidenzia una realtà basata su due aspetti: la richiesta di un regime semplificato sotto la gestione amministrativa e fiscale, visto che in contribuenti in flat tax non nono soggetti a Iva, a contabilità ordinaria e altre amenità gestionali; l’altro riguarda il volume dei ricavi, visto che anche nel mondo delle professioni la gran parte dei soggetti ha bassi redditi e naviga a vista, redditi che sono confrontabili con quelli dei dipendenti.

Per agevolare il ritorno nel regime ordinario servirebbe una tassazione non jugulatoria specie per i contribuenti che si avvicinano al tetto della flat tax, perché ciò significa passare da un 15% di prelievo ad oltre il 43% – cui s’aggiungono anche le addizionali regionali e comunali -, per cui è comprensibile lo sforzo dei contribuenti nel non vedersi espropriati di circa la metà dei guadagni. Soprattutto, evidenzia la richiesta di semplificare gli adempimenti, di ridurre gli oneri di gestione della contabilità che finiscono con il pesare non poco sull’economicità di tante professioni, specie quelle con i volumi di reddito più bassi, dove solo la gestione contabile e fiscale dello studio può superare il 10% del guadagno lordo conseguito. Decisamente troppo.

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