Con tutta probabilità, il governo Meloni e la maggioranza di centro destra dovrà dire addio alle prospettive di una Finanziaria 2027 generosa dopo anni di politiche della lesina, che da brave formichine che hanno accumulato risorse in attesa di spararle tutte nell’anno elettorale, il 2027 appunto, complice lo scenario internazionale che con due guerre in corso sta deprimendo oltre misura l’economia internazionale, con in più l’aggravio di politiche europee controproducenti per l’economia, tanto da fare chiedere un cambio dei timonieri a Bruxelles da parte del solitamente compassato presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che ha recapitato a Ursula von der Leyen un avviso di licenziamento in tronco senza preavviso per dimostrata incapacità politica, strategica e gestionale.
L’Italia e il governo Meloni ci ha messo comunque del suo, come “lo Schiacciasassi” ha sempre ricordato, visto che dopo la partenza in tromba post vittoria alle Politiche 2022 lanciando proclami di riforme e di rilancio del sistema questi si sono via via affievoliti fino a scomparire del tutto, per finire nell’apice della boccatura solenne dell’unica riforma effettivamente conclusa dal Parlamento, ma soggetta alle forche caudine del referendum confermativo, con gli elettori che si sono espressi con un voto più sull’operato del governo Meloni che sul contenuto della norma che, seppur deboluccia di suo, comunque faceva fare un passo avanti al settore giudiziario bloccato dalla riforma Vassalli del 1989. Davvero un po’ poco.
I conti pubblici sono stati parzialmente risanati, con il progressivo calo del rapporto deficit/Pil, nel 2025 di un soffio sopra la fatidica soglia del 3%, al 3,07% pare secondo gli ultimi ricalcoli, cosa che precluderebbe l’uscita per l’Italia dalla cintura di castità finanziaria della procedura europea di eccessivo disavanzo. Ma sono mancati tutti quegli interventi di maggiore spessore, spesso a costo zero per le casse pubbliche, come il taglio di un’odiosa burocrazia che di suo costa al sistema produttivo nazionale oltre 50 miliardi di extracosti che avrebbero potuto essere liberati per investimenti e consumi. Per non dire dei circa 50-60 miliardi annui di sprechi e di regalie ingiustificati che s’annidano negli oltre 950 miliardi annui di spesa pubblica a vantaggio di maggiori investimenti nei servizi pubblici e nel taglio di un’asfissiante pressione fiscale che nel 2025 ha raggiunto il record del 42,3%.
Il Fondo monetario internazionale ha messo in riga i conti dei vari paesi dell’Unione europea, dove l’Italia spicca in testa alla graduatoria del debito pubblico scalzando la Grecia all’ultimo posto. E di questo la Finanziaria 2027 dovrà tenerne conto.
Le guerre in corso hanno tagliato le prospettive di crescita, già basse, dallo 0,7% previsto inizialmente allo 0,5% nell’ambito di uno scenario mediano, che potrebbe virare rapidamente in peggio nel caso che il conflitto Usa-Iran prosegua ancora per qualche mese con il blocco delle risorse energetiche e di molte materie prime fondamentali per l’industria e l’agricoltura, azzerando le già minime prospettive di crescita nazionali portandole perfino in territorio negativo.
Comunque, le previsioni Fmi per l’Italia vedono sempre la nazione a trazione meloniana indietro nella crescita, più che dimezzata rispetto alla media dell’Eurozona che viaggia allo 1,1% e a un terzo di quella del G7 (+1,6%). Ma quel che è peggio è che l’Italia nel triennio 2026-2029 è l’unico paese europeo ad avere una crescita stentata da prefisso telefonico, cumulando nel triennio una crescita del 2,6%, anche questa la più bassa dell’Ue, dimezzata rispetto alla media Ue (+5,9%), lontana dagli altri “grandi” dell’Ue: Francia e Germania metterebbero a segno nel lo stesso periodo un +4,2%, e la Spagna si confermerebbe la lepre del gruppo con una crescita del +7,6%, quasi tre volte quella italiana.
L’Italia corre con l’handicap di scelte scellerate dei governi a guida Conte che con il Superbonus 110% ha scaricato sui conti pubblici 230 miliardi di crediti edilizi che, secondo le comunicazioni del ministero dell’Economia, nel 2026 in termini di crescita del debito pubblico nazionale del 2,2%, pari a 51 miliardi in più, ovvero due medie manovre di bilancio, con una crescita del 19% rispetto ai 43 miliardi del 2025.
Anche i 194 miliardi del Pnrr si sono rivelati essere una cartuccia a salve sparata nell’economia, visto che il piano è stato mal concepito fin dall’inizio dal governo Conte, rendendo necessari numerosi aggiustamenti in corso d’opera. Ma quel che è più preoccupante è che i 124 miliardi a debito del Pnrr sono solo zavorra per l’economia nazionale, visto che non hanno avuto il moltiplicatore sperato, spesi a uzzolo in mille rivoli invece di concentrarli su pochi e strategici obiettivi di rilancio nazionale.
E in questo contesto tutt’altro che brillante che oggettivamente appanna lo smalto della maggioranza guidata da Giorgia Meloni, arriva anche la virata in negativo delle prospettive del settore manifatturiero, con produzione in calo, fiducia delle imprese e dei consumatori a ruota, costi energetici e produttivi in generale rialzo, oltre a prospettive di un complessivo rallentamento delle capacità di export nazionale.
Una situazione che necessità di polso fermo, idee forti, zero traccheggiamenti per cercare di tenere a galla lo Stellone italico e, magari, il consenso elettorale della maggioranza nelle urne delle Politiche 2027, probabilmente anticipate alla tarda primavera rispetto alla data naturale di scadenza della legislatura ad ottobre.
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