“Fake news”: ne è vittima il 48% degli italiani

La ricerca Ipsos Doxa presentata al Premio Ischia. Serve l’estensione degli obblighi editoriali a tutte le piattaforme che veicolano informazione. Oltre a sostenere meglio finanziariamente l’informazione di qualità.

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Il pubblico apprezza l’informazione, ma è sempre più disorientato e spesso non riconosce il valore di un’informazione di qualità, preferendo utilizzare canali gratuiti dove, però, spesso la qualità dell’informazione precipita vistosamente, specie in quelli che non sono testate giornalistiche registrate, visto che questi veicolano più molta pubblicità frammista ad un pizzico di informazione, spesso non verificata, con la conseguenza del risultato fatto emergere dalla ricerca Ipsos Doxa secondo cui il 48% degli italiani è vittima di “fake news” o informazioni verosimili se non del tutto fasulle.

Il problema evidenziato nel costo della presentazione dell’indagine al Premio Ischia è la verifica delle informazioni veicolate, siano giornali, televisioni, radio o i sempre più diffusi portali informativi, spesso privi del minimo requisito deontologico legato al maneggio dell’informazione, così come lo sono le grandi piattaforme digitali tipo Facebook, Instagram, X, alle quali andrebbe subito imposto di comportarsi come editori di contenuti piuttosto che essere solo meri distributori di contenuti. Anche per stroncare sul nascere la tentazione di veicolarela qualunque”, magari a pagamento, fregandosene delle conseguenze che questo ingenera in un potenziale lettore, tanto che la stessa Meta ha dichiarato ufficialmente di stimare di veicolare agli utenti circa 15 miliardi (!!!) di annunci fraudolenti al giorno, dai quali, secondo documenti interni riservati trapelati alla stampa, ricaverebbe un poco trascurabile 10% del totale dei ricavi pubblicitari, pari a circa 7 miliardi di dollari all’anno.

Tornando ai risultati dell’indagine Ipsos Doxa “Le pratiche di fruizione del pubblico, rischi e opportunità nel panorama informativo italiano”, il dato più preoccupante riguarda la disinformazione: il 48% degli italiani dichiara di essere caduto almeno qualche volta vittima di “fake news”, con il 51% dei rispondenti che ritiene difficile accedere oggi a un’informazione di qualità in Italia anche a causa della moltiplicazione dei canali che rende oggettivamente difficile distinguere l’informazione vera da quella verosimile o del tutto fallata, visto che molti canali non rispettano le minime regole deontologiche dell’informazione, spesso trasformati in autentiche cloache dove il sensazionalismo la fa da padrone, dove i contenuti sono utili solo per raccattare click e ospitare pubblicità che spreca l’investimento realizzato.

Comunque, l’indagine mostra che tra i 16 e i 65 anni l’interesse verso l’informazione rimane alto con il 49% degli intervistati che considera «molto importante» informarsi, quota sale al 93% includendo chi lo ritiene «abbastanza importante». Dividendo il campione, anche tra i più giovani “under 35” il valore è elevato: il 39% considera l’informazione «molto importante» e il 91% almeno «abbastanza importante».

Telegiornali, stampa e radio continuano a occupare una posizione preminente nell’accesso all’informazione, anche se sentono sempre più l’effetto delle piattaforme digitali che svolgono una funzione di filtro e rilancio di contenuti realizzati da terzi, senza alcun rispetto per la proprietà intellettuale e il relativo riconoscimento economico, specie da parte di soggetti internazionali – per lo più domiciliati negli Usa -, che nel solo primo trimestre 2026 hanno fatturato utili netti che superano in volata i 100 miliardi di dollari.

L’informazione è una merce delicata, che va maneggiata con cura e con professionalità, ma per fare ciò richiede personale adeguatamente preparato in grado di analizzare, distinguere e giudicare i fatti, distinguendo la realtà da quanto è verosimile se non addirittura falso attuando una serie di controlli incrociati, controlli cui l’intelligenza artificiale può dare sicuramente una mano, ma dove serve sempre e comunque la supervisione finale del giornalista esperto, un processo che costa e che deve essere adeguatamente finanziato, o dalla vendita di copie o di abbonamenti oppure da entrate pubblicitarie o, ancora, da un adeguato finanziamento pubblico visto che in ballo ci sono questioni affatto trascurabili come la democrazia, il pluralismo e il controllo critico dei decisori.

In questo contesto è da segnalare positivamente l’intervento dei regolatori pubblici nei confronti soprattutto delle piattaforme digitali, quelle realtà che forti della loro posizione di assoluta preminenza si arrogano il diritto di decidere unilateralmente l’accesso ai contenuti e la loro promozione – spesso dietro pagamento -, salvo chiudere occhi, orecchi e bocca quando si tratta di assicurare la qualità di quanto veicolato, rifiutando l’assoggettamento ai doveri di un qualsiasi editore di giornali, tradizionali o digitali che siano. E in questo contesto, il fatto che realtà di Meta come Instagram e Facebook siano finite sotto accusa sia negli Usa che in Europa per creare dipendenza tra gli utenti, specie tra i più giovani, è un primo segnale di reazione nella giusta direzione.

Nessuno vuole criticare i social e l’editoria digitale in quanto tali, ma solo per una questione di rispetto delle medesime regole per chi opera nella comunicazione, a prescindere da come sia veicolata: deve essere chiaro che chi maneggia e fa informazione deve essere sottoposto a precise regole deontologiche e di comportamento, oltre a rispettare il diritto d’autore di chi materialmente realizza l’informazione. Altrimenti, il rischio è di buttare via tutto, l’informazione vera con le “fake news”, il reale con il verosimile se non il falso vero e proprio.

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