Energia fotovoltaica: in Spagna solo un terzo dell’elettricità prodotta genera reddito

Le aziende vanno in crisi per mancanza di liquidità e non pagano le rate dei muti bancari e dei fondi d’investimento. Il governo spagnolo pensa di istituire i prezzi minimi garantiti.

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La Spagna è stata indicata come una sorta di eden dell’energia a basso costo, complice la fortissima diffusione dell’energia fotovoltaica che ha tappezzato larghe fette del Paese con pannelli, complice anche la benevolenza verso questo tipo di iniziativa da parte della politica nazionale ed europea, oltre che dello stesso sistema creditizio che ha finanziato largamente gli impianti confidando nella loro redditività.

Peccato solo che alla prova dei fatti la realtà sia ben diversa dalle previsioni, specie sul fronte della sostenibilità finanziaria della grande abbuffata dell’energia rinnovabile solare cavalcata in Spagna.

Per anni la Spagna è stata raccontata come il paradiso della transizione ecologica. La celebrazione del modello di Pedro Sánchez. Distese infinite di pannelli fotovoltaici, investitori internazionali in fila per acquisire quote di società che realizzavano campi fotovoltaici, fondi infrastrutturali convinti di aver trovato la miniera d’oro del XXI secolo: il sole.

Il tutto nella convinzione fattuale che la Spagna è sì un paese baciato dal Sole, così tanto che alcune aree sono di fatto dei deserti e altre sono in procinto di diventarlo complice la scarsità di acqua. Niente di meglio che attrezzare queste aree disabitate e improduttive per il settore agricolo per la nuova cultura dell’energia solare. Il tutto con la solita benedizione della Commissione Ue che per la sostenibilità e l’energia rinnovabili ha fatto un mantra.

Peccato che il forte impulso al fotovoltaico abbia iniziato a creare problemi, a partire da quelli alla rete elettrica, non adeguata per ricevere un carico da 50 GW che spesso s’attiva tutta assiemecosì come si spegnesenza che ci siano sufficienti consumi in corso, con il risultato di mandare in fibrillazione la rete, sempre più spesso in crisi, come in occasione del clamoroso black out dello scorso anno quando la Spagna ha subito per circa 36 ore una clamorosa interruzione dell’erogazione di energia elettrica.

E ai problemi tecnici sulla rete ora si aggiungono quelli della sostenibilità finanziaria degli impianti così generosamente finanziati da banche e fondi basati su piani di redditività calcolati su una produzione economicamente redditizia di 1.500 ore all’anno. Peccato che tanta produzione da rinnovabili spinga al ribasso le quotazioni dell’energia elettrica con il risultato che spesso questa va a zero, talvolta anche sotto, specie nelle ore centrali della giornata, quando la produzione è eccedentaria rispetto ai consumi. E con gli impianti che non incassano quanto previsto dai piani finanziati dalle banche e dai fondi si accentuano i problemi di liquidità per le aziende che hanno investito nel settore.

Secondo alcuni analisti del settore, in Spagna la produzione di energia rinnovabile da fotovoltaico sta lavorando largamente in perdita, con un livello di circa il 50% del fatturato, visto che delle preventivate 1.500 ore annue di funzionamento redditizio, in realtà queste si riducono a meno della metà, attorno a quota 700 ore all’anno, troppo poco per sostenere i piani economici delle aziende che iniziano a fallire.

Se sul lato della produzione delle rinnovabili la crisi è evidente, sul fronte della politica si procede a tutta velocità sulla linea del mantra della sostenibilità, delle energie non fossili costi quel che costi, anche a rischio di andare a sbattere.

Le banche e i fondi hanno già fiutato l’aria, specie in vista del prossimo giugno quando scadono le rate dei finanziamenti erogati per costruire gli impianti e con le aziende che non hanno sufficiente liquidità per pagarle, perché non hanno voglia di trovarsi ad essere proprietari di beni che non sanno come gestire, oltre a non generare reddito.

La politica tenta di metterci una pezza, parlando di istituire una sorta di prezzi minimi garantiti dell’energia rinnovabile, sostegni pubblici più o meno mascherati che poi dovrebbero trovare l’avvallo degli occhiuti funzionari europei da sempre contrari ad aiuti di Stato. Anche il governo socialista di Pedro Sanchez ufficialmente non vuole saperne di mettere mano al bilancio pubblico per sostenere il settore, visto che continua a vaticinare il mantra delle rinnovabili a prescindere, così come la sua ex vice premier e attuale vicepresidente esecutiva Ue e commissario alla concorrenza, Teresa Ribera.

Ma bisogna avere il coraggio di guardare la realtà e capire che l’ideologia ambientalista non sempre va d’accordo con l’equilibrio economico e sostenibilità degli investimenti, oltre che con l’ambiente stesso. E anche l’Italia dovrebbe avere il coraggio di imparare dagli errori altrui, puntando a sfruttare meglio una risorsa più gestibile come la geotermia, di cui il Paese è uno dei più ricchi, per abbattere il costo della climatizzazione e per produrre energia elettrica e termica programmabile in abbondanza così come si fa da oltre un secolo nella realtà di Ladrarello in Toscana: quello che è stato fatto in questo sito potrebbe essere replicato nei colli vulcanici laziali, nell’area flegrea e del Vesuvio, dell’Etna, delle isole vulcaniche degli arcipelaghi campani e siciliano. Ma finora si è fatto poco o nulla.

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