Draghi sferza l’Ue: «siamo rimasti soli, l’Europa si svegli»

Richiamo ai vertici europei: «Usa imprevedibili e non più garanti. Difendiamoci tra noi e superiamo l'Ue a 27».

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Nel raccogliere l’ennesimo laticlavio, Mario Draghi al premioCarlo Magno” assegnatogli ad Aquisgrana ha fatto l’ennesima intemerata sull’Unione europea, ormai incapace di reagire sui fatti internazionali e, soprattutto, di avere una strategia propria per l’indipendenza economica, con le strategie politiche delle ultime commissioni coincise con l’avvento al potere della baronessa tedesca Ursula von der Leyen, già nota per i danni fatti in terra di Germania da ministro in vari governi guidati da AngelaMuttiMerkel, vanno in direzione diametralmente opposta, consegnando ciò che rimane dell’Europa ai due poli politici ed economici mondiali che stanno concretizzandosi: Stati Uniti e Cina.

Per Draghi «il tempo del pericolo è anche il tempo del risveglio, e nella sua inedita solitudine l’Europa potrà rifondarsi» ha detto nel neogotico municipio di Aquisgrana come scenografia per la consegna del premioCarlo Magno” all’ex presidente della Bce. Un riconoscimento al passato e al presente, ha sottolineato la giuria.

Draghi ha risposto non limitandosi alla diagnosi della malattia dell’Ue. In un intervento tanto lungo quanto applaudito ha puntellato una ricetta economica e politica per la nuova Europa. Partendo da un presupposto: gli Stati Uniti, per come li conoscevamo, non ci sono più, e potrebbero non garantire più la sicurezza del continente. «Per la prima volta a memoria d’uomo siamo davvero soli, insieme», è stato il messaggio ultimativo inviato da Draghi ai leader del continente. Mai come in queste ore le sue parole sono sembrate aderenti alla realtà.

A migliaia di chilometri di distanza dall’Europa, Donald Trump e Xi Jinping hanno siglato un nuovo bipolarismo mondiale, un “G2” che manda di fatto in pensione tutti i “G” con numeri maggiori, che fa dell’aggressività e della forza militare ed economica la sua cifra distintiva. Parallelamente, il Pentagono ha annunciato la sospensione del dispiegamento in Europa di circa quattromila militari americani destinati al rafforzamento del fronte orientale, che vanno ad assommarsi ai 5.000 (che diventano 12.000 con i componenti delle famiglie) che già stanno abbandonando le basi americane in Germania per tornare negli Usa, con una perdita stimata di circa 2 miliardi di euro di mancata spesa nelle località interessate dal ritiro.

Di fronte all’élite del potere economico e politico europeo, ad una platea composta – tra gli altri – da Ursula von der Leyen, dei premier tedesco, Friedrich Merz, e di quello greco, Kyriakos Mitsotakis, e del presidente Bce, Christine LagardeDraghi ha tradotto l’evidenza in parole, spesso sferzanti proprio sui vertici delle istituzioni europee.

Riferendosi agli Usa di Trump, «il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile. L’Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo più non ha funzionato. Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque», ha sottolineato l’ex premier in quella che ha tanti è sembrata una frecciata a von der Leyen e Merz, due anatre della politica sempre più zoppe. E non è stata l’unica.

La strategia di diversificazione commerciale, plaudita dalla Germania e voluta dalla presidente della Commissione a conferma della cinghia di trasmissione esistente tra Berlino e Bruxelles, per Draghi non basta. Porterà, se tutto va bene, lo 0,5% del Pil in più. «E soprattutto se l’apertura rimane la nostra unica risposta – ha rimarcato – diventa l’assenza di una decisione».

L’Europa è sola e in pericolo. Sconta un gap tecnologico che rischia di lasciarla per sempre indietro. Ha colpevolmente ritardato il perfezionamento del mercato unico. Ha subito una crescente dipendenza strategica ed è troppo esposta alla domanda estera. La diagnosi di Draghi, anche ad Aquisgrana, è stata durissima. L’agenda messa in campo finora da Bruxelles non è sufficiente. Per l’ex premier italiano mercato unico e rafforzamento della politica industriale devono correre assieme, «rafforzandosi a vicenda».

Il “Made in Europenon deve riguardare solo la produzione, ma innanzitutto la domanda. Nell’Unione di Draghi non c’è spazio per i capricci dei paesi Frugali del Nord Europa: «laddove ci troviamo di fronte a sfide veramente comuni, come l’energia e la difesa – ha sottolineato – dovremmo rimanere aperti a un indebitamento europeo comune».

La ricetta indicata da Draghi, tuttavia, non è solo economica. La replica agli Usa, per lui, passa anche dalla difesa comune: «se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio». Indicando due opzioni: la formazione di coalizioni di Paesi che condividono minacce simili e il «dare sostanza» alla clausola di mutua difesa, ovvero all’articolo 42.7 dei Trattati. Creando così una struttura di sicurezza che è complementare alla Nato. L’Europa, per Draghi, deve agire «con coraggio». E per farlo deve superare il quorum dell’unanimità. Serve «un federalismo pragmatico» che permetta a gruppi di Paesi di «essere liberi di andare avanti». «Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali», ha scandito Draghi.

Ai leader europei, ancora una volta, Draghi «ha chiesto un passo in più», perché sono i cittadini a chiederlo. «Persino i partiti che hanno costruito la loro identità sulla sovranità nazionale riconoscono ora che nessuna nazione europea può difenderla da sola».

Uno scenario condivisibile nel suo impianto generale, ma che abbisogna di un profondo cambio nei personaggi chiamati ad interpretarlo, a partire dai vertici delle istituzioni europee, Commissione e Banca centrale in primis, oltre a superare barocchismi politici come il trilogo o la spola del Parlamento europeo tra Bruxelles e Strasburgo tenuta in piedi per puro ego francese, per non dire di arrivare finalmente ad un governo dell’Unione che sia figlio della volontà dei cittadini e dell’Europarlamento e non dei vari governi dei paesi membri, ciascuno con le proprie particolarità e priorità.

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