Il decreto bollette approvato pochi giorni fa dal governo Meloni con l’obiettivo lodevole di abbassare i costi dell’energia elettrica dal 2027 per i consumatori italiani, famiglie o imprese che siano, sterilizzando la gabella ambientale dell’Ets sul lato della produzione e spostandolo a valle sulle bollette dei consumatori finali come oneri diversi rischia di fare una fine ingloriosa.
La misura più impattante del decreto bollette è l’eliminazione dal 2027 dell’Ets (Emissions Trading System), la tassazione sull’emissione di anidride carbonica come costo dell’energia prodotta con il gas metano nel prezzo offerta sul mercato all’ingrosso. Un costo che non è eliminato, ma solo trasferito dal lato della produzione elettrica a quello del consumo da parte di famiglie e imprese mediante l’inserimento del costo tra le voci degli oneri generali che ormai pesano sul costo totale delle bollette per una quota che si avvicina pericolosamente al 50% del totale.
Questa “sterilizzazione”, a detta del governo Meloni, che taglierebbe tra i 25 e i 30 euro al megawattora i costi di generazione elettrica, non ha solo l’effetto di abbassare il prezzo medio unico nazionale (Pun), che è l’obiettivo cui tende il decreto bollette, ma di incidere anche sul calcolo sulla convenienza degli investimenti in energie rinnovabili, visto che questo comprende i costi dell’Ets. E la modifica proposta finisce con l’alterare sensibilmente tutti i piani d’investimento presentati, autorizzati ma non ancora divenuti operativi.
Prima ancora di questi aspetti, c’è la spada di Damocle dell’approvazione del decreto bollette da parte della Commissione europea, visto che toccare l’Ets significa toccare uno degli aspetti del “Green Deal”, quel feticcio ambientalista che è diventato una sorta di sacro Graal delle commissioni guidate dalla baronessa tedesca Ursula von der Leyen, Commissione che ha già avanzato più di un dubbio sulla coerenza del decreto al dettato normativo eurounionale. E se non arriva il via libera da Bruxelles, il decreto è destinato a morire ancora prima di esplicare il primo effetto.
Altro aspetto sottovalutato dal legislatore italiano è legato al mercato europeo dell’energia, mercato in cui l’Italia, tramite la rete elettrica interconnessa con i paesi confinanti Francia, Svizzera, Austria, Slovenia, Grecia e Montenegro, oltre ad importare esporta energia. Se l’Ue sdoganasse la decisione italiana, il mercato elettrico europeo ne verrebbe alterato. Non solo: lo spostamento dalla produzione al consumo dell’Ets rischierebbe di gravare solo sui consumatori nazionali mentre l’esportazione avverrebbe al netto dell’Ets. Sempre che non si decida di riapplicare l’Ets sulle quote di energia esportata, ritornando al punto di partenza di tassare la produzione e non il consumo.
Dal fronte dei produttori di energia rinnovabile si sono già levate le proteste per la riduzione dei loro margini operativi, con il rischio di andare pure in negativo azzerando il ritorno economico degli investimenti. Investimenti che fino ad oggi sono stati trainati proprio dall’applicazione degli extracosti ambientali Ets sulla produzione termoelettrica che oggi copre circa il 45% della generazione elettrica nazionale e che costituisce per i costi lordi di produzione (costi del gas metano, ammortamenti, quote Ets) il punto di riferimento per il Pun, mediamente più alto del 60% rispetto alla media europea.
Comunque si giri la vicenda, il punto di partenza è sempre la politica ambientale europea con il suo “Green Deal” che continua a mietere vittime e che sarebbe dovuto essere abrogato da tempo visti i danni che ha causato sul fronte economico e sociale senza migliorare la qualità ambientale.
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