L’Italia deve riformare le leggi che regolano l’accesso illimitato ai dati bancari e al loro esame dei contribuenti da parte dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di finanza a fini di verifica fiscale, affinché il Fisco non abbia una «discrezionalità illimitata» sull’attuazione e la portata di tali misure, e siano offerte ai contribuenti «garanzie procedurali sufficienti», per contestare eventuali abusi. L’ha stabilito la Cedu, la Corte dei diritti dell’Uomo di Strasburgo, nella sentenza dello scorso 8 gennaio 2026 sul ricorso di due cittadini italiani che tra il 2019 e 2020 sono stati informati dalle loro banche che l’Agenzia delle Entrate aveva richiesto informazioni sui loro conti bancari, sulla cronologia delle transazioni e altre operazioni finanziarie a loro collegate o riconducibili a loro, per periodi che andavano da uno a due anni.
La sentenza della Cedu mette un freno di fatto al potere ispettivo di Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle entrate sulle attività finanziarie dei contribuenti senza alcuna comunicazione. Il rinvio generico alle funzioni di controllo fiscale consente un potere di scelta e di ampiezza delle richieste da parte degli accertatori tendenzialmente illimitato e pure le indicazioni di prassi circa la definizione dei controlli e la necessità di motivare le richieste non rivestono efficacia vincolante, tanto che pure la Cassazione ha ritenuto l’autorizzazione un atto interno meramente preparatorio non impugnabile autonomamente e non necessariamente motivato né da notificare obbligatoriamente al contribuente indagato.
La Cedu è giunta alla conclusione che l’Italia ha violato il loro diritto alla vita privata perché pur essendoci delle regole che limitano i casi in cui l’Agenzia delle Entrate può procedere, queste non sono rispettate. Allo stesso tempo, i contribuenti non hanno a disposizione una via efficace per far controllare la legalità delle misure prese nei loro confronti, sia che decidano di rivolgersi ai tribunali tributari o civili o che scelgano di ricorrere al Garante del contribuente.
La Cedu chiede quindi a Roma di riformare le leggi e la pratica. In particolare indica che l’Agenzia delle Entrate deve essere obbligata per legge a rispettare le circostanze e le condizioni alle quali è autorizzata ad accedere ai dati bancari dei contribuenti, e deve motivare le misure che adotta. Inoltre le leggi devono assicurare che il contribuente possa fare ricorso, e che questo non sia subordinato al fatto che sia stato emesso un avviso di accertamento fiscale, o divenga disponibile solo quando il procedimento di accertamento fiscale è stato concluso.
Peccato solo che la Corte di Cassazione abbia sdoganato proprio nello stesso giorno della sentenza della Cedu controlli ispettivi senza alcuna garanzia per il contribuente, visto che in Italia la norma e la giurisprudenza non chiariscono quali sono i requisiti per effettuare le verifiche fiscali presso imprese e studi professionali, ne tento meno offrono all’indagato azioni di tutela per controllare i presupposti dell’accertamento e le modalità di svolgimento.
Di fatto, il rischio concreto è che i contribuenti, persone fisiche o aziende, siano messe all’interno di una sorta di “grande fratello” dove tutto è controllabile, senza alcun vincolo o limite a tutela della riservatezza degli indagati, anche quando gli atti non sono strettamente connessi con l’attività economica, potendo sempre fare nascere da un’indagine principale attività connesse, magari su altri soggetti in rapporti economici con l’indagato principale. Oltre ad essere esposti al rischio, tutt’altro che trascurabile, di possibili dossieraggi o di guardonismi da qualche di qualche finanziere o funzionario fiscale non proprio irreprensibile.
La sentenza sui dati bancari dei contribuenti della Cedu va colta con favore per ripristinare un equilibrio tra le parti, anche al fine di evitare inchieste e accertamenti costruiti senza una base solida. Accertamenti che spesso si tramutano in un problema di gestione ordinaria delle attività delle aziende, che possono protrarsi per settimane se non per mesi, tutto a danno della serenità dell’imprenditore o del professionista e del funzionamento dell’economia delle imprese.
Quindi bene i controlli, ma quando questi nascano da prove certe e circostanziate, accompagnate da precise regole e obblighi a tutela di tutte le parti coinvolte. Tocca al governo Meloni e al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, attivarsi perché i diritti dei contribuenti richiamati dalla sentenza della Cedu siano effettivamente garantiti.
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