Dall’Islanda schiaffo referendario all’Ue di Ursula von der Leyen che ha bocciato una fortissima partecipazione la proposta di riprendere i negoziati per l’adesione del Paese all’Unione Europea, a oltre dieci anni dalla conclusione dei precedenti colloqui. Il “No” ha vinto con il 52,8% dei voti contro il 47,2% totalizzato dal “Sì”. La capitale Reykjavik è stata l’unica area della nazione insulare di 400.000 abitanti in cui la maggioranza è stata ottenuta da chi ha votato a favore della proposta. L’affluenza è stata elevata, con oltre l’82% dei 270.000 aventi diritto che si sono recati alle urne.
Uno scarto di 12.701 voti che restituisce un Paese diviso, non solo politicamente ma anche geograficamente. Nella capitale Reykjavík prevale il “Sì”, che sfiora il 57%, mentre il “No” è trainato soprattutto dalle circoscrizioni rurali, dove supera in tre collegi su quattro il 60%. Un segnale chiaro che il Paese profondo, quello del tessuto economico legato alla pesca, non vuole sapere nulla di ciò che Bruxelles era disposta a offrire. Non a caso il capitolo della pesca era uno di quelli rimasti in sospeso nei negoziati del 2010-2013.
«Il risultato è chiaro – ha commentato il presidente del Paese, Halla Tómasdóttir -. Ora è importante che ci rispettiamo a vicenda». Il governo di coalizione di sinistra, eletto nel 2024, ha anticipato il referendum sull’Ue che era inizialmente previsto per il prossimo anno, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha erroneamente citato l’Islanda quattro volte, confondendola con la Groenlandia nei suoi progetti di annessione.
Tra chi sosteneva il “Sì”, una delle motivazioni era proprio quella di assicurarsi la solidarietà europea per garantirsi una maggiore protezione qualora Trump avesse mai rivolto minacce simili all’isola. Anche il primo ministro, Kristrún Frostadóttir, aveva invitato a votare a favore del riavvio dei negoziati di adesione all’Ue.
A frenare gli aneliti europeistici, da molti si è sottolineato che l’Islanda tragga già vantaggio dall’appartenenza al mercato unico dell’Ue e alla zona di libera circolazione di Schengen e non sia quindi necessario dover scendere ai compromessi in materia di sovranità che derivano dall’adesione a pieno titolo. Una partecipazione “a la carte”, con un piede dentro e l’altro fuori che tutela l’Islanda dalle peggiori derive imboccate dall’Unione a guida Ursula von der Leyen negli ultimi 7 anni.
A urne chiuse, chiara la posizione del premier Frostadóttir, nonostante la sconfitta politica: «nessun passo indietro ma una vittoria per la democrazia». Si dice soddisfatta della lezione di democrazia che ha portato al voto così tante persone e precisa che il tema dei negoziati con l’Ue non sarà ripreso almeno fino alla fine del suo mandato, nel 2028, e probabilmente nemmeno dopo. «Le persone sono contente dell’attuale rapporto con l’Ue, dell’accordo di libero scambio Efta e della partecipazione al mercato comune nel See, e noi continueremo a rafforzare tale rapporto».
Gelida, se non assente, la reazione di Bruxelles. Dopo un silenzio durato per tutta la giornata, il portavoce del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa riferisce che c’è stato uno scambio di messaggi con il premier, che «l’Islanda rimane uno dei partner più stretti e fidati» e che c’è un comune desiderio di «continuare a rafforzare le relazioni».
Dal presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nessuna dichiarazione. Solo più tardi un portavoce diffonde una stringatissima nota: l’esecutivo Ue «prende atto dell’esito del referendum e rispetta la scelta del popolo islandese. L’Islanda rimane uno stretto partner dell’Unione europea». Von der Leyen porta a casa l’ennesima sconfitta per urne terze interposte – sarebbe interessante vedere cosa succederebbe se lei dovesse affrontare personalmente l’esito popolare: è probabile che nemmeno la candiderebbero -, mentre sperava nell’allargamento dell’Ue, allargamento che potrebbe rallentare circa gli altri paesi candidati ad entrare nel condominio a 27 sempre più sfilacciato e in preda a troppi particolarismi.
Un esito in cui si sono buttati a capofitto i contrari a questa Unione europea intrisa di ideologia, burocrazia e impressionante capacità di farsi male da sola. Per Marine Le Pen, la leader di Rassemblement National candidata alle presidenziali francesi della prossima primavera, «nel momento in cui alcuni spingono per un maggiore federalismo», il voto «ricorda che un’altra Europa è possibile», perché «i popoli devono poter decidere da soli del loro futuro».
«Se un progetto è così vincente ed efficace, perché viene bocciato dai cittadini?» s’interrogano i salviniani, mentre per il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci «questa Ue viene ripudiata anche da chi avrebbe ogni interesse ad aderire, gli islandesi non vogliono dire addio alla loro identità, alle loro tradizioni e al loro stile di vita».
Per Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito Democratico Europeo, «la pesca ha deciso questo referendum: gli islandesi hanno avuto paura di perdere la loro grande potenza economica, su cui hanno costruito anche parte della loro identità e della loro storia. Per l’Ue è un’occasione persa, ma è ora che l’Unione si riformi e sciolga quei nodi che la fanno apparire poco efficace, lenta e inadeguata alle sfide geopolitiche e geoeconomiche del nostro tempo, eliminando il veto e proteggendo lo Stato di diritto».
Ma prima è necessario passare attraverso una profonda rivisitazione dei vertici dell’Ue, visto che il problema sta quasi tutto nella sua testa. Senza questo passaggio, qualsiasi proposta di riforma è destinata ad arenarsi e a spingere ancora di più verso lo sfaldamento quando, viceversa, sarebbe necessario un rafforzamento, ma basato su cose concrete come rafforzamento dell’economia, tutela sociale e del benessere, non il suo contrario sull’altare dell’ideologia ambientalista fallimentare.
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