Crisi automotive: oltre all’insipienza dei vertici delle case costruttrici, pesano i costi

Il maggiore prezzo d’acquisto, unito al maggiore costo delle riparazioni, dell’assicurazione e dell’energia elettrica frena la diffusione dell’elettrico, nonostante la martellante pubblicità.

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Crisi automotive

La crisi automotive è stata indotta da scelte politiche cervellotiche, dall’insipienza dei vertici della case costruttrici che hanno accettato decisioni politiche calate dall’alto senza alcun fondamento tecnico e ambientale, oltre che da maggiori costi che ha spinto buona parte dei consumatori a rivolgersi a prodotto d’importazione, spesso di origine cinese, proposto, a parità se non con contenuti e qualità maggiore di quello europeo, a condizioni economiche decisamente più competitive.

I costruttori di veicoli associati in Acea sono stati troppo accondiscendenti ai desiderata della politica, quasi tramortiti dagli effetti dello scandalo delle emissioni truccateDieselgate” che, per risparmiare una manciata di euro nel passaggio da Euro 5 a Euro 6, ha condannato praticamente a morte il migliore e meno impattante sistema di propulsione esistente, specie se alimentato con i nuovi carburanti sostenibili, aggravando la crisi automotive. E ora si lamentano perché la politica non droga il mercato con nuovi incentivi all’acquisto di veicoli elettrici che non riescono a vendere senza la spintarella dei soldi pubblici. Peccato che i consumatori abbiano capito la realtà e agito di conseguenza. E una recente analisi condotta da Ax nel Regno Unito, una società specializzata nella gestione dei sinistri automobilistici, evidenzia come oggi acquistare un’auto elettrica, specie se non si possiede un parcheggio privato con annesso punto di ricarica lento, equivale a spendere decisamente di più di un veicolo con motore termico. Oltre, ad emettere maggiormente sia per la costruzione della batteria che, soprattutto in Europa, per la generazione dell’energia necessaria per la sua ricarica.

Nell’analisi di Ax condotta su oltre 40.000 incidenti avvenuti nel Regno Unito, decisamente indicativi sotto l’aspetto statistico, si evidenzia come riparare un’auto elettrica dopo anche un banale incidente costa in media molto di più rispetto a un’equivalente a benzina o diesel, mediamente un extra che sfiora il 20%.

Secondo i risultati della ricerca, il costo medio di riparazione di una vettura a batteria dopo un sinistro senza colpa si attesta intorno alle 6.363 sterline, contro le 5.338 sterline necessarie per sistemare un modello a combustione interna, ovvero il 19,2% in più che si riverbera a cascata su altri costi.

Non solo incidono i maggiori costi di acquisto e di riparazione: c’è anche il fattore tempo: un veicolo con motore a benzina o diesel resta fermo in officina mediamente 23 giorni, mentre per un’elettrica si arriva a 25 giorni. Due giorni in più che diventano un problema per chi usa la vettura ogni giorno, con maggiori costi anche per la vettura sostitutiva. Un tempo di riparazione più lungo perché le riparazioni sui modelli a batteria richiedono procedure più lunghe e delicate.

Le riparazioni ad un modello elettrico sono più costose anche per la differente spesa dei ricambi, mediamente più cari rispetto ad un veicolo termico. L’altro aspetto che incide è che, anche in caso di eventi di ridotta entità, un’elettrica richiede quasi sempre operazioni di calibrazione dei sistemi di bordo. Quella che su una termica sarebbe una riparazione veloce, su una vettura a batteria si trasforma in un lavoro più articolato.

Fin qui gli oneri lato officina. Oneri che si riflettono anche sui costi di gestione, a partire da quello delle polizze assicurative, specie furto/incendio e, soprattutto, kasko, dove il premio medio è più caro del 13% per un’elettrica rispetto ad una a benzina.

Sempre sul lato assicurativo, incide anche il maggiore premio per la responsabilità civile, visto che molte elettriche erogano una potenza decisamente più alta e accelerazioni decisamente più brucianti rispetto alle rivali termiche: dal fronte assicurativo una maggiore potenza viene letta dalle compagnie come un rischio più elevato. Più cavalli, più probabilità di sinistro, premi più alti.

C’è poi il fatto che pare essere sulla via della soluzione connesso con la necessità di sostituire la batteria, anche quelle dei modelli ibridi plug-in, in certi sinistri perché i sistemi di protezione interni la mettono in sicurezza con l’impossibilità di ripristinarli. Una situazione che rischia di destinare alla rottamazione anticipata veicoli che per le sole riparazioni alla carrozzeria sarebbero fattibili con una spesa relativamente contenuta, ma che la sostituzione della batteria rende antieconomica.

C’è poi l’aspetto legato al costo della ricarica elettrica della batteria: se non si possiede un garage o un posto auto privato dove installare una colonnina di ricarica che sfrutti la tariffa domestica, la ricarica presso i punti pubblici diventa praticamente obbligatoria, e, in carenza di tariffe agevolate o promozionali, nei punti di ricarica ad alta potenza i costi del “pienoelettrico diventano insostenibili, visto che viaggiano spesso oltre l’euro a KWh. E se la resa un KWh è mediamente di 4-5 chilometri, per fare gli stessi 15-20 km/litro di una benzina o di un gasolio con un costo di 1,8-1,9 euro/litro, il confronto diventa insostenibile, anche sul piano dei tempi di rifornimento: 3-4 minuti per il carburante liquido, almeno 20 minuti per quello elettrico parziale 20-80%.

Insomma, per rilanciare il settore serve un profondo bagno di realismo, sia lato politico con l’abiura ad uno dei principi del “Green Deal” che vuole vietare al 2035 la vendita di veicoli con motori termici, che lato produttori di veicoli, ritornando ad investire sui motori termici, che offrono ancora spazi di miglioramento dell’efficienza, come dimostrano ancora una volta i costruttori cinesi che hanno presentato nuovi motori ad altissima efficienza che abbattono consumi ed emissioni.

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