Solo pochi giorni fa, il premier, Giorgia Meloni, e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, festeggiavano il rialzo del rating dell’Italia da parte di Moody’s, il primo dopo ben 23 anni e la sostanziale tenuta dei conti pubblici con l’ormai quasi certa uscita delle procedure d’infrazione per deficit eccessivo nel 2026, ecco ora che si staglia sull’orizzonte la tempesta perfetta con la sentenza della Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha stabilito che lo Stato è il responsabile ultimo in solido dei debito degli enti pubblici, dai comuni alle province, ai consorzi, ecc. Cui s’aggiunge la previsione del rischio stagnazione sull’Euroarea da parte della Bce.
DI fatto tutte quelle amministrazioni in dissesto o in squilibrio che faticano ad onorare i debiti verso i propri creditori, spesso fornitori di beni e servizi a favore della pubblica amministrazione, dopo la sentenza della Cedu ora avranno un soggetto molto più forte dove battere cassa, ovvero lo Stato, che ha già dovuto fare il primo bonifico anche per via del decreto di pignoramento che a fine settembre aveva ottenuto l’escussione della sede del governo, pagando sull’unghia 40 milioni di euro ad una società specializzata nell’acquisto e gestione di crediti verso il comparto pubblico. Un settore particolarmente ricco e promettente, per le società specializzate, che probabilmente andrà a sanare la bruttissima abitudine di tirare per le lunghe i pagamenti verso i propri creditori.
La situazione sta allarmando i responsabili economici del ministero dell’Economia e della Corte dei conti, visto che nella manovra 2026 sono stati inseriti 2,2 miliardi di euro per tappare le falle che progressivamente si apriranno fino a formare una vera e propria slavina nei conti pubblici per un ammontare spannometrico che potrebbe arrivare rapidamente a 10-12 miliardi di euro, visto che le posizioni debitorie critiche da parte di soggetti afferenti al perimetro della contabilità pubblica erano al 31 dicembre 2024 ben 487, di cui 227 dissesti e 260 squilibri. Senza contare l’arcipelago di società commerciali con proprietà pubblica in crisi o fallite, consorzi, concessionarie pubbliche, ecc.
La svolta è arrivata, secondo la relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali dello scorso luglio della Corte dei Conti, quando la tendenza di tirare per le lunghe i pagamenti del comparto pubblico verso i creditori ha superato la tollerabilità, specie la prassi di temporeggiare per poi spuntare un consistente sconto sul dovuto (fino al 60%, roba da strozzinaggio), tanto che società specializzate di recupero crediti si sono buttate nel nuovo affare, quello del mercato dei debiti della pubblica amministrazione. Di fatto queste società hanno rilevato dai creditori i debiti delle amministrazioni pubbliche e hanno iniziato a tempestare i debitori con una determinazione e energia decisamente più forte rispetto a quella di un singolo privato, tanto che la stessa Corte dei conti parla di soggetti con «elevata capacità di resistenza in giudizio rispetto a un normale fornitore».
Realtà che non hanno esitato a battere tutti i canali disponibili, fino ad arrivare alla Cedu che ha accumulato ben 500 ricorsi per la liquidazione del debito che probabilmente verranno tutti accolti sulla base di una giurisprudenza consolidata da parte della Corte di Strasburgo, cosa che consente di arrivare a sentenza in tempi piuttosto brevi, circa 18 mesi, contro gli anni della giustizia civile italiana.
L’intervento della Cedu apre una falla nella diga dei conti pubblici e anche per l’irresponsabilità di tanti, troppi amministratori pubblici che scavano nei bilanci degli enti da loro amministrati buchi che diventano voragini, spesso per motivi di consenso clientelare, non tempestivamente affrontate. Con la quasi certezza che la loro irresponsabilità sarà ora scaricata sulle spalle di tutti i contribuenti. Tanto che sarebbe necessaria la loro rimozione immediata dalle cariche occupate con un atto l’imperio da parte del governo centrale.
Ma questo non è tutto. A soffiare sulla possibile tempesta ci si è messo anche il presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, che paventa per l’Euroarea il rischio sempre più probabile di una stagnazione con l’invito ai governi europei di agire per contrastarla, sorvolando sul fatto che se l’economia europea annaspa è forse anche colpa sua per l’incapacità di avere delineato un chiaro e credibile percorso di andamento dei tassi di sconto, lasciandolo ancora piuttosto alto nonostante l’economia dei principali paesi manifatturieri europei sia praticamente ferma o già in recessione, a partire da Germania e Italia e, probabilmente, dalla Francia.
Ecco, la madama francese pagata oltre 800.000 euro all’anno, invece di fare autocritica e di levare rapidamente il disturbo, scarica le proprie responsabilità sui governi europei, quando lei stessa se avesse attuato la politica dei tagli del costo del denaro più rapidamente e, soprattutto, continuata forse oggi l’Euroarea non si troverebbe con il motore imballato e dinanzi ad uno scenario di stagnazione, che potrebbe anche cadere nella recessione se, come parerebbe emergere dalle prime bozze del piano per la fine del conflitto in Ucraina, il principale destinatario dei costi della ricostruzione del paese aggredito dalla Russia sia la stessa Unione europea che, per contrappasso, sarebbe però esclusa dal passaggio alla cassa, quest’ultima appannaggio esclusivo del solo Donald Trump, che fa di conto dei possibili incassi per la Grande America ai danni della Piccola, Inesistente Europa di Ursula von der Leyen.
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