Tra le numerose querelle che affollano la vita pubblica arriva ora quella dei comuni “demontanizzati”. La diversità del territorio italiano è una immensa fonte di ricchezza che fa del Belpaese una delle migliori destinazioni e località dove vivere al mondo. Ma fino a che punto può essere lo strumento per aumentare la spesa pubblica a prescindere dalle esigenze del contenimento del bilancio, specie ora che l’Italia ha perso il treno per l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo?
Lo scontro tra i sindaci di alcuni comuni “montani” in aria di “demontanizzazione” e il ministro degli Affari regionali, Roberto Calderoli, è istruttivo. Il ministro nei mesi scorsi ha proposto una doverosa revisione dei criteri per la classificazione dei “comuni montani”: secondo le norme appena varate dopo una lunga trattativa con le associazioni di categoria, potranno definirsi tali solo i comuni che hanno almeno il 25% della superficie al di sopra dei 600 metri di altezza – quota degna più di una collina che di una montagna – e in cui almeno il 30% della superficie abbia una pendenza superiore al 20%, oppure che si trovano a un’altitudine media di almeno 500 metri. Così, potranno chiamarsi “comuni montani” solo quelle realtà che si trovano in montagna (dando un’interpretazione comunque estremamente generosa di cosa sia la montagna, vieppiù una collina). Questa decisione ha scatenato la rivolta dei comuni che, sulla base dei nuovi criteri, cessano di essere “montani”: il numero complessivo scenderà da circa 4.000 a circa 2.800.
La mobilitazione dei sindaci dei comuni demontanizzati è comprensibile: la perdita dello status di comune montano implica che non sarà più possibile accedere a fondi specifici oltre a una serie di agevolazioni per i residenti, relative tra l’altro al lavoro da remoto e all’imposizione fiscale sull’acquisto di nuove abitazioni. Analogamente, le imprese di questi territori godono di svariati aiuti, come il credito d’imposta del 10% per gli interventi di miglioramento ambientale e climatico (20% nei piccoli comuni con minoranze linguistiche). La battaglia, quindi, ha motivazioni poco elevate e molto terra-terra.
I comuni demontanizzati hanno quindi deciso di portare il governo davanti ai giudici amministrativi. Sono 73 i comuni italiani, distribuiti soprattutto tra Piemonte, Liguria, Abruzzo, Umbria, Puglia, Marche e Toscana, ad aver presentato ricorsi collettivi al Tar del Lazio contro il decreto attuativo della nuova classificazione dei comuni montani. Un’azione coordinata, sostenuta da Ali – Autonomie locali italiane – e affidata a un collegio di legali, che punta a smontare l’impianto della riforma.
Al centro dell’impugnativa, spiegano i promotori, vi sono «plurimi profili di illegittimità», fino alla richiesta di sollevare una questione di legittimità costituzionale della legge 131 del 2025. Nel mirino, soprattutto, i criteri adottati dal governo: «la nuova classificazione riduce la “montanità” a una questione meramente altimetrica», fondata su quota altimetrica e pendenza. Un approccio che, secondo i comuni demontanizzati, non coglie la realtà delle aree interne, dove pesano isolamento, carenza di servizi, fragilità infrastrutturale e declino demografico. «Ignorare questi fattori significa produrre una classificazione che non fotografa il territorio, ma lo distorce».
Le conseguenze, denunciano le amministrazioni, non sono solo formali. La perdita dello status di “comune montano” rischia di tradursi in meno risorse, meno incentivi e tagli ai servizi, a partire dalla scuola, con accorpamenti e possibili chiusure. Da qui la richiesta di una revisione radicale dei criteri, introducendo parametri capaci di tenere conto delle condizioni socioeconomiche e dell’accessibilità ai servizi.
È ovvio che, ogni volta che si traccia una linea per separare chi può beneficiare di misure speciali da chi non può farlo, si compie un atto parzialmente arbitrario, ma tocca alla politica fare delle scelte: alcuni comuni ricadenti nella nuova definizione probabilmente continueranno a godere di benefici di cui non hanno bisogno, mentre altri che sono esclusi ne avrebbero la necessità.
Ma, non esistendo la definizione perfetta in grado di catturare ogni rivendicazione, bisogna trovarne una ragionevole: in un periodo complesso per il bilancio pubblico, è doveroso dedicare più attenzione alla tenuta dei conti che alle richieste più o meno fondate di chi, avendo fruito nel passato di agevolazioni, ritiene di averne titolo per sempre.
La cronaca raramente rende merito a chi si incarica di razionalizzare gli aiuti, anziché di farli dilatare, e in un anno pre-elettorale lo sforzo è doppio. Ma senza la fatica poco remunerativa di chi, come il ministro Calderoli, si assume l’onere di imporre il rispetto dei soldi dei contribuenti il paese si troverebbe, ancora una volta, sull’orlo del baratro.
A Calderoli e agli amministratori comunali sarebbe doveroso chiedere un battito di ali e volare sopra rivendicazioni economiche e guardare in faccia alla realtà, dove i conti pubblici italiani, seppur in miglioramento rispetto al disastro ereditato dai governi Conte I e II cui ha tentato di metterci una pezza il Draghi, rimangono sempre critici.
La montagna è quella realtà territoriale altrimenti definita come “terre alte”, dove la vita e l’impresa è oggettivamente più difficile che in pianura o in collina. Se ora tanti comuni più collinari che realmente montani temono che la mangiatoia in cui hanno pasturato per anni si alzi troppo, si potrebbe suggerire un’uscita onorevole, stabilendo una definizione piena di “comuni montani” solo per quelli che siano sopra un’altitudine realmente montana di almeno 1.000 metri, mentre per tutti gli altri si potrebbe introdurre una doppia classifica di comuni di “bassa collina” o di “alta collina”, dove i benefici tipici dei comuni montani andrebbero adeguatamente tagliati e con un decalage progressivo per 5 anni fino ad essere completamente azzerati, tanto per non fare compiere a nessuno un salto nel vuoto.
Troppo complicato da fare per il governo Meloni e per il ministro Calderoli in un anno elettorale?
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