Col caro energia l’inflazione balza al 3,3%, ai massimi dal 2023

Consumatori in pressing per la stangata. Confermato Pil a 0,2%. Il mancato impulso del Pnrr sull’economia nazionale.

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Il governo Meloni si prepara a celebrare il record di longevità repubblicana il 4 settembre con un grande evento al Porto di Bari con una serie di segnali dall’economia contrastanti, ma mediamente più da bicchiere vuoto che pieno, visto che la legislatura va a concludersi senza quella spinta riformatrice attesa da anni, con un peso fiscale oltre il 43%, burocrazia indomita, crescita asfittica, debito pubblico anch’esso da record da 3.200 miliardi di euro, record positivo dell’occupazione e il caro energia ai massimi.

L’inflazione italiana balza ad agosto al +3,3%, ai massimi da quasi tre anni. A spingerla è la fiammata dei prezzi energetici, causata dal protrarsi delle crisi internazionali, che scalda i prezzi di tutta l’Eurozona. E in un’Italia che già cresce dello zero virgola e da marzo tampona il caro-energia prorogando i tagli alle accise, sale il pressing sul governo perché intervenga al più presto. La scadenza dell’ultimo taglio sul diesel del 5 settembre è sempre più vicina e si attendono i promessi aiutiselettivi” e “mirati” di difficile applicazione e la cui equità è tutta da dimostrare, vista l’alta evasione fiscale che ancora permea l’economia nazionale.

Ad agosto, secondo la stima preliminare dell’Istat, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,5% in un mese e del 3,3% rispetto al 2025. Il tasso annuo, in netta accelerazione rispetto al +2,9% di luglio, tocca così il livello più alto da quasi tre anni: bisogna infatti risalire al settembre 2023 (quando l’inflazione era al +5,3%) per trovare un valore più elevato.

Resta invece stabile al +1% il cosiddetto “carrello della spesa”, che raggruppa i beni alimentari, per la cura della casa e della persona che nei mesi scorsi aveva corso ben più dell’indice generale. Mentre l’inflazione acquisita per il 2026, quella cioè che si avrebbe se l’indice restasse a questo livello anche nei prossimi mesi, è già al +2,9%.

A sostenere la corsa dell’inflazione, spiega l’Istat, è «l’andamento dei prezzi dei beni energetici, che risentono ancora delle tensioni internazionali». La variazione annua segna ad agosto +17%, dal +11,6% di luglio: ad accelerare sono sia i beni non regolamentati, come i carburanti o le bollette nel mercato libero (da +11,4% a +16,9%), sia per quelli regolamentati, cioè le tariffe di luce e gas nel tutelato (da +14,8% a +18,8%). Spicca in particolare l’impennata dei carburanti, con la benzina che sale del 16,3% e il gasolio del 26,7%. Le spese per l’abitazione, acqua ed elettricità accelerano così al +8,9% dal +7,2% di luglio, quelle per i trasporti al +6,1% (dal +4,3%). Decelerano invece i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona, mentre nell‘alimentare la dinamica dei prezzi continua ad essere moderata (stabile a +1,1%), esercitando un freno alla crescita dell’indice generale.

Un quadro in linea con il resto dell’Eurozona, dove ad agosto, secondo la stima preliminare di Eurostat, l’inflazione è salita al 3,3%, dal 2,9% di luglio: anche in questo caso è l’energia a trainare la corsa dei prezzi. I valori più alti si registrano in Lituania (5,8%), ai minimi in Estonia (1,3%). Una situazione che ha già messo in moto gli ingranaggi della Banca centrale europea per un possibile, probabile nuovo aumento dei tassi d’interesse di 0,25-0,50%, portando il costo del denaro attorno quota 3%, con conseguenze sul costo dei mutui per la casa a tasso variabile (e per le nuove stipule), oltre che un generale raffreddamento della propensione agli investimenti e all’acquisto di beni durevoli a rate.

In questo quadro poco roseo, la crescita dell’Italia procede a passo lento. L’Istat ha infatti confermato le stime di fine luglio, certificando un Pil nel secondo trimestre in crescita dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% rispetto al 2025. Confermata al +0,8% anche la crescita acquisita per il 2026, con la possibilità di centrare l’1% entro fine anno sempre che non accadano fatti imprevedibili.

Poi una riflessione va fatta sull’effetto del Pnrr ormai concluso, dove i 197 miliardi iniettati nel sistema economico nazionale non sono riusciti a schiodare la crescita del Paese da percentuali da prefisso telefonico, quando l’attesa era di avvicinarsi ad un valore del 2% che avrebbe consentito di recuperare il terreno perso negli ultimi vent’anni rispetto alla crescita media Ue. Un sostanziale insuccesso a debito figlio della frettolosità e del mancato studio e analisi sui costi benefici degli interventi messi in campo dal governo Conte I (quello della maggioranza M5s Salvini premier), poi continuamente rabberciato dal governo Conte II (centrosinistra), poi con il Draghi (l’ammucchiata con dentro tutti eccetto FdI) e, infine, con il Meloni (centro destra) che di suo lo ha corretto ben 5 volte in corsa, spinto più dalla necessità di spendere non importa come la “pioggia di miliardi” in arrivo da Bruxelles che di preoccuparsi di fare partire e girare bene il volano della crescita del Paese.

Ora, è il dato dell’inflazione a destare le maggiori preoccupazioni. I consumatori, che calcolano 1.000-1.500 euro di maggior spesa annua per le famiglie, mangiandosi così gli aumenti contrattuali conquistati dai lavoratori dipendenti con gli ultimi rinnovi, si appellano al governo e chiedono una proroga del taglio delle accise sul diesel e la sua estensione anche alla benzina, stabilmente oltre la quota dei 2 euro al litro. Confesercenti paventa il rischio di un’inflazione al 4% entro l’anno, mentre Confcommercio concentra i timori sui costi dell’energia. Mentre dalle opposizioni si spara ad alzo zero sul governo Meloni, interessato più a celebrare il proprio record di sopravvivenza alla guida della Nazione, più galleggiando che imprimendo una reale propulsione alla crescita e allo sviluppo, al momento occupato più nella costruzione di una legge elettorale a proprio vantaggio che tagliare i costi per famiglie e imprese.

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