Caro carburanti e carissime accise: economia a rischio

Il governo Meloni vittima del suo aumento delle tasse sul gasolio di inizio 2026 che vanno ad assommarsi alla crescita del costo industriale del carburante fino al 30 cent al litro.

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Chiunque abbia visitato un distributore di carburante negli ultimi giorni, avrà constatato un deciso aumento del prezzo della benzina (circa +10 centesimi al litro) e, soprattutto, del gasolio, con punte anche di 30 centesimi al litro, a volte anche oltre la soglia dei 2 euro al litro sugli impianti delle compagnie petrolifere sulla spinta delle tensioni commerciali innescate dalla guerra in Iran e dal blocco delle forniture di petrolio, gas liquefatto e, soprattutto, di gasolio già raffinato di cui l’Italia è, come gran parte dell’Europa, importatore dai paesi del Golfo.

L’aumento così repentino del gasolio fossile, che si è stranamente trascinato dietro anche il gasolio biologico HVO prodotto da scarti alimentari, vegetali e forsu che, teoricamente, avrebbe dovuto rimanere indenne, essendo un prodotto interamente autarchico, ha effetti pesantissimi sull’economia nazionale, specie sulla logistica, visto che il 90% delle merci viaggia su strada, oltre che sull’agricoltura e sul settore ittico.

Il 2026 si è aperto con il ribilanciamento delle accise tra benzina e gasolio, con la prima che ha avuto un taglio e il secondo un aumento fino a parificarle a 0,67290 euro/litro, con un aumento sul gasolio di 5,5 centesimi al litro, cosa che ha comportato un maggiore gettito complessivo per il fisco di circa 600 milioni di euro all’anno, visto che i consumi di gasolio sono tripli di quelli della benzina.

Ora, se l’inflazione sta registrando un andamento al rialzo sia per l’indice generale che per quello del cosiddettocarrello della spesa” questo può essere stato parzialmente indotto proprio dal caro carburanti con l’aumento del costo della distribuzione dei prodotti tramite la filiera logistica, visto che il costo dei carburanti di camion e furgoni costituisce una delle voci di spesa maggiori delle imprese di autotrasporto.

Questo con un aumento di meno di 6 centesimi al litro, figuriamoci ora con una botta da ben 30 centesimi al litro, cosa che sta facendo saltare tutti gli equilibri economici delle imprese della logistica, oltre che della manifattura e anche del comparto agroittico.

Alle elezioni politiche del 22 ottobre 2022 la coalizione di centro destra guidata da Giorgia Meloni è risultata vincitrice anche sull’onda della promessa di abbassare se non di azzerare le accise – tutti si ricordano lo spot con protagonista la stessa Meloni al distributore di carburante -, salvo dimenticarsi di passare dalle promesse ai fatti una volta al governo. Salvo andare in direzione opposta con la Manovra 2026 quando, invece di tagliarle le accise, le ha aumentate proprio sul gasolio che è una delle leve strategiche dell’economia nazionale.

Ora, se non si vuole bloccare l’economia nazionale e condannare la logistica nazionale al fallimento causa extracosti del caro carburanti, il governo Meloni deve intervenire per tagliare strutturalmente le accise sui carburanti nazionali, che generano prezzi al consumo tra i più alti d’Europa, con il record europeo italiano per il gasolio più caro.

Fino ad ora, il governo Meloni ha fatto taglietti fiscali sull’Irpef con benefici complessivi limitati, con la beffa che nel 2025 si è registrato il record di pressione fiscale al 34,1% degli ultimi 10 anni. Forse varrebbe la pena di passare dai tagli sulla tassazione sui redditi, dove esiste una forte evasione, a quella sui beni di consumo, dai carburanti a quelli del “carrello della spesa”, che avrebbe anche il vantaggio di abbassare l’andamento al rialzo dell’inflazione, ridare fiato ai consumi – e al Pil nazionale -, oltre ad incentivare maggiormente la destinazione Italia dal punto turistico, visto che oltre l’80% degli ingressi esteri avvengono in automobile.

Tocca al governo dare un immediato segnale che vada oltre il contingente, il provvisorio, per arrivare ad un cambio strutturale, trovando le risorse che servono per tamponare il calo temporaneo di gettito dal taglio degli sprechi dove Meloni & C. ha agito troppo debolmente che vale per oltre 50 miliardi di euro all’anno, oltre a razionalizzare la spesa pubblica che negli ultimi anni è esplosa valicando la soglia dei 1.000 miliardi all’anno.

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