Carburanti: l’Unione europea in difficoltà per avere trascurato la raffinazione petrolifera

Oggi quote sempre più grandi di gasolio e di cherosene sono importate dall’estero, spesso anche da molto lontano (Africa o Asia) dove i vincoli ambientali sono blandi e i costi più bassi.

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La nuova crisi energetica ha esposto l’Unione europea a difficoltà di approvvigionamento di carburanti, specie di gasolio per autotrazione e cherosene per aerei, con la conseguente spinta sulle quotazioni internazionali e dei prezzi alla pompa, con effetti anche sulla corsa dell’inflazione.

Questa crisi è figlia diretta delle politiche poco lungimiranti dell’Ue e, soprattutto, del massimalismo ideologico di cui sempre più spesso sono intrise, con il risultato di rendere il continente sempre più esposto a rischi di interruzioni di forniture e di non dare concreti risultati alla battaglia ambientalista, visto che la lotta al taglio delle emissioni di CO2 imbracciata dalle ultime due commissioni guidate dalla baronessa tedesca Ursula von der Leyen stanno solo spostando il problema dall’Europa ad altri territori, con guadagno zero in fatto di riduzione globale delle emissioni, ma più probabilmente con un contributo netto ad aumentarle, visto che importare i carburanti necessari ad un’Europa che ha rinunciato a produrli sul suo territorio costa in termini di maggiori emissioni legate al loro trasporto da luoghi di produzione molto lontani, come Asia e Africa.

Un esempio su tutti: nelle ultime settimane la raffineria nigeriana di Dangote che si trova nella zona franca a pochi chilometri da Lagos, la più grande città della Nigeria nel golfo di Guinea è meta di miriadi di petroliere. Qui esiste il più grande impianto d’Africa di raffinazione del petrolio, il cui terminale petrolifero è affollato da navi cisterna dirette verso i porti di Amsterdam, Rotterdam, Londra. Dalla chiusura dello stretto di Hormuz, il cherosene prodotto a Dangote è diventato indispensabile per la continuità del trasporto aereo in Europa. A marzo la Nigeria ha fornito il 10% del cherosene importato dall’Europa, per crescere ad aprile al 16%; prima della guerra, la media era del 3%.

L’allarme sulla dipendenza sempre più marcata dall’importazione di prodotti petroliferi raffinati è stato sottolineato dall’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, appena rinnovato dal governo Meloni per il suo quinto mandato consecutivo: «siamo in una situazione in cui o hai la capacità di produrre ciò che ti serve, oppure rischi e noi non abbiamo più la produzione europea o nazionale a seguito della chiusura di 36 raffinerie che ha ridotto l’autonomia di approvvigionamento dei Paesi Ue».

La Commissione Ue stima che oggi l’Europa dipenda dalle importazioni di derivati petroliferi per il 40% del consumo di carburante per aerei, mentre Bnp Paribas calcola che la quota sia del 35% nel gasolio, mentre l’Europa è esportatore di benzina, principalmente verso il mercato asiatico e statunitense.

Un’Europa che nell’ultimo ventennio ha perso circa il 30% della sua capacità di raffinazione, quando il Nordamerica l’ha aumentata di poco e l’Asia di molto, tanto che oggi è una realtà esportatrice. Oggi in Europa sono operative 94 raffinerie, 11 delle quali in Italia, a fronte delle 117 nel 2009, 16 delle quali in Italia. Un calo numericamente non molto rilevante, ma rilevante soprattutto per il mancato aggiornamento tecnologico degli impianti complice il mutato assetto operativo voluto dalla politica, specie negli ultimi lustri, che ha di fatto disincentivato gli investimenti nel settore della raffinazione. Viceversa, la capacità delle raffinerie dei Paesi asiatici e mediorientali è così cresciuta del 50% nel giro di 20 anni, passando da 25,8 a 38,5 milioni di barili al giorno.

Non solo: ogni impianto di raffinazione è tarato per lavorare una determinata qualità di petrolio greggio, leggero, intermedio o pesante che sia, con gli impianti che male si adattano per lavorare qualità differenti, come dimostra il caso degli impianti nel Texas, tarati sulla lavorazione del petrolio pesante venezuelano che lavoravano a pieno regime prima della conquista del potere del regime bolivariano instaurato prima da Hugo Chavez e poi dal deposto Nicolas Maduro, che ora riprendono a lavorare a pieno regime.

Poi c’è l’aspetto della filiera petrolifera, dove i paesi produttori di petrolio hanno investito per costruire raffinerie direttamente nei siti produttivi, tarati sulle caratteristiche del greggio estratto e con minori costi logistici e di produzione dei raffinati.

Le politiche europee in fatto di impatto ambientale e gli scenari di elettrificazione di gran parte dell’economia hanno disincentivato gli investimenti sull’adeguamento tecnologico degli impianti di raffinazione europei, spesso con oltre 70 anni di vita, molti non efficienti nemmeno sotto l’aspetto energetico, oltre che sulle emissioni, su cui pesa come un macigno l’onere dell’Ets che, invece di ridurre le emissioni di anidride carbonica, ha solo contribuito a spostarle dall’Europa all’Asia o all’Africa.

Ancora una volta, la politica ideologica è la diretta responsabile della nuova crisi degli approvvigionamenti energetici, nonostante che la vaticinata uscita dall’energia fossile – petrolio e derivati o gas metano che sia – fissata dai soliti ukaze della Commissione Ue al 2050 sia già sostanzialmente fallita, caricando sul sistema europeo extracosti che finiscono con il rendere meno competitivo il sistema manifatturiero europeo ed impoverire le famiglie.

Un quadro che rischia di aggravarsi in modo irreparabile se dalle parti di Bruxelles non si cambia direzione: una direzione che deve essere chiaramente indicata dai maggiori paesi manifatturieri europei, Germania, Italia, Francia e Spagna su tutti.

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