A Bruxelles nelle stanze della Commissione Ue ci sono o ci fanno, specie in tema di utilizzo dei biocarburanti per la riduzione dell’impatto ambientale della mobilità? La domanda è più che lecita, visto che dalla sostanziale apertura imposta alla Commissione Ue dai governi italiano e tedesco, preoccupatissimi dalla pesante situazione della filiera automotive, all’utilizzo di biocarburanti e di carburanti di sintesi (o e-fuel) consentendo la sopravvivenza del motore termico anche dopo il 2035, la stessa Commissione pare rimangiarsi l’apertura almeno in gran parte, visto che bolla i biocarburanti come impossibili da produrre nelle quantità richieste dal mercato, puntando solo sugli e-fuel la cui commercializzazione è però ancora lungi dall’essere economicamente concorrenziale con i carburanti fossili, a differenza del gasolio HVO che è venduto allo stesso prezzo del gasolio fossile.
Alla base dell’ennesimo girotondo della Commissione europea che alla Cop 30 ha portato come scenario fattibile sono gli E-fuel, la questione della disponibilità delle basi agricole di scarto o dei residui di olii alimentari necessari per la produzione dei biocarburanti, oltre al fatto che per Bruxelles è necessario che le biomasse per i biocarburanti non vadano in concorrenza con la filiera alimentare, ciulando sulle reali cifre evidenziate anche da due studi indipendenti, oltre a non conoscere nemmeno le proprie direttive Red III e Refuel Aviation Ue che affermano la non competizione tra loro delle filiere alimentari e dei biocombustibili.
Il potenziale per produrre biocarburanti in Europa c’è e può pure crescere a tutto vantaggio dalla riduzione della dipendenza dalle importazioni di petrolio dall’estero. Secondo lo studio di Mc Kinsey, «l’introduzione di colture di secondo raccolto, intercalari e non in competizione con le produzioni alimentari e foraggere, gli agricoltori possono sprigionare un potenziale di 70 milioni di tonnellate di olio vegetale. Mediante la valorizzazione del solo 1% di terreni degradati con bassa sostanza organica, oggi abbondanti e sottoutilizzati, la filiera agricola può contribuire con altri 85 milioni di tonnellate di biomassa sostenibile. Poi ci sono gli scarti di residui agricoli e forestali, oggi inutilizzati, che potrebbero fornire altri 40 milioni di tonnellate, per un totale di 200 milioni di tonnellate». A fronte di una domanda attuale di 280 milioni di tonnellate di energia.
Insomma, a Bruxelles qualcosa non quadra, visto che la Commissione pare avere solo una visione ideologica della decarbonizzazione del tutto scevra dalla realtà, quella realtà che il “Green Deal” a senso unico sta portando interi settori manifatturieri europei alla crisi e a centinaia di migliaia di licenziamenti.
Una posizione che lo stesso settore agricolo con Filiera Italia e Coldiretti bolla, per bocca di Luigi Scordamaglia, come «Ursula von der Leyen fa in passo avanti e uno indietro, continuando a presentare gli e-fuel come ideali per la decarbonizzazione facendo finta di ignorare che sono la sintesi di due processi produttivi costosissimi e pure impattanti, mentre i biocarburanti sono già una realtà commerciale su cui il settore primario è già impegnato anche a vantaggio dello stesso ambiente con pratiche agronomiche volte al recupero di terreni abbandonati».
Di qui la necessità che i governi europei intervengano per rimettere nei binari il corso della Commissione europea per evitare la crisi irreversibile dell’economia europea. E, se necessario, si faccia schiantare il treno Ursula von der Leyen per evitare che tutta l’Europa finisca deragliata. Un altro capotreno meno foderato dall’ideologia ambientalista lo si trova in un attimo.
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