Se l’Italia ha sfiorato l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo per uno 0,7% di scostamento oltre la soglia fatidica del 3% nonostante un calo di oltre 5 punti percentuali dall’insediamento del governo Meloni ad oggi, ciò lo si deve in parte anche alla mancata lotta all’assistenzialismo, che va ad aggiungersi a quella degli sprechi, dell’evasione fiscale e contributiva, alla mancata concorrenza, all’efficace lotta alla burocrazia e all’adeguamento degli estimi catastali.
Tutti ambiti in cui il governo Meloni è stato poco proattivo, se si eccettua l’impulso sul fronte dell’evasione fiscale, dove nel solo 2025 si sono recuperati 36,4 miliardi, con la possibilità di andare a recuperare entro uno, due anni altri 50-60 miliardi secondo le previsioni dell’Agenzia delle entrate.
Solo nel campo dell’assistenzialismo i numeri messi uno dietro l’altro dal presidente di Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla, sono allarmanti circa l’uso che si fa del denaro pubblico, specie in ambito della spesa pensionistica, spesso di carattere più assistenzialistico che realmente previdenziale. «Nel settore delle ex pensioni sociali che la riforma Dini ha opportunamente rinominato “assegno sociale”, negli ultimi tre anni ne hanno fatto richiesta circa 270.000 italiani che, raggiunti i 67 anni di età, si sono ricordati che lo Stato c’è – chiosa Brambilla -. Peccato che la maggior parte di loro fosse sconosciuta all’Inps e al fisco, il che significa che questi signori hanno vissuto, assieme alle loro famiglie, a carico della collettività per tutta la vita e come “premio fedeltà” a fine carriera lo Stato paga a “piè di lista”». Questa volta in “chiaro” dopo una vita di “nero”.
Secondo Brambilla, quella italiana è una situazione che difficilmente «potrebbe succedere in Germania o in altri Paesi europei. Perché se arrivato ad una certa età (intorno ai 30/33 anni) il cittadino non ha mai fatto una dichiarazione dei redditi la locale “Agenzia delle Entrate” lo convoca, e se le giustificazioni non sono congrue sono dolori per loro e per le famiglie». Che sia dato sapere, analoga procedura non è applicata in Italia.
Poi ci sono le pensioni integrate al minimo. «Vengono pagate ai lavoratori che, arrivati ai 67 anni, non raggiungono l’importo del trattamento minimo pari per il 2026 a 611,84 euro e 619,79 per gli over 75 – enumera Brambilla -. Per raggiungere questi importi, in genere, bastano 15/17 anni di contributi regolari, ma su uno stock di 9,916 milioni di pensioni in pagamento (invalidità, vecchiaia, superstiti) quasi tre milioni sono integrate al minimo o maggiorate. Si consideri che per la rendita di vecchiaia occorrono 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi, ma la maggior parte di queste rendite beneficia di un numero di contributi figurativi (cioè a carico dello Stato per coprire i periodi di disoccupazione, malattia, infortuni vari e così via) anche per oltre cinque anni. Quindi, se va bene, hanno contribuito (poco) per 14/15 anni e ovviamente nessuno se ne è accorto, tanto che a fine carriera lo Stato non solo eroga la differenza tra la pensione a calcolo in base ai contributi versati che è in media pari a 300/350 euro al mese, ma la raddoppia e, come per gli assegni sociali, grazie al buonismo dei vari governi, offre ancora di più».
Di fatto, l’assegno sociale ordinario che nel 2026 “vale” 546,22 euro al mese per 13 mensilità, secondo il rapporto di Itinerari Previdenziali, «questo lievita anche a 768,30 euro al mese, sempre per 13 mensilità, grazie alle maggiorazioni sociali gentilmente offerte da vari governi, a cui si somma la cosiddetta 14esima mensilità (655 euro l’anno), la social card o la “carta per te” (480 euro l’anno) e i vari bonus canone tv, bonus affitto (fino a 3.500 euro l’anno), i vari bonus bollette e così via. Il tutto rigorosamente esentasse. Quindi un soggetto che ha versato poco o nulla di tasse e contributi – sottolinea Brambilla – potrebbe avere un reddito annuo tra gli 11.000 e i 15.000 euro, beneficiando di tutte le altre agevolazioni sanitarie e sociali per i redditi sotto soglia Isee».
Altro aspetto dell’assistenzialismo di Stato che andrebbe profondamente rivisto riguarda l’Isee: nel 2024 sono 10,371 milioni le richieste con la dichiarazione sostitutiva unica di cui 10,077 nuclei familiari con una media di 2,9 componenti. «In pratica 30 milioni di italiani hanno chiesto assistenza allo Stato e dovrebbero essere oltre 32 milioni nel 2025, cioè ben il 55% della popolazione. Ovviamente, per beneficiare dell’Isee occorre avere redditi bassi e quindi dichiarare (e lavorare) il meno possibile. E infatti nell’ultima dichiarazione dei redditi il 49,90% dei contribuenti ha dichiarato redditi fino a 20.000 euro e pagato il 5,64% dell’Irpef totale».
I numeri snocciolati da Brambilla cozzano con coloro che le tasse e i contributi li pagano: «solo per garantire la sanità a questi cittadini, che giustamente si lamentano perché manca il personale sanitario e le liste di attesa sono lunghe, quel 25% di cittadini che si fanno carico di quasi tutte le imposte dirette devono pagare 56,4 miliardi di euro ogni anno».
Oltre al trattamento diretto, c’è anche l’assistenzialismo indiretto che riguarda teoricamente tutta la popolazione, anche se spesso molti sono costretti a pagare un servizio pubblico due volte, una con le tasse e la seconda con il pagamento diretto da privato, specie nel campo della salute e dell’assistenza ai minori e ai non autosufficienti.
«Non ci dobbiamo stupire se poi siamo ultimi per numero di persone che lavorano, per produttività, per versamenti fiscali e primi per evasione, malavita organizzata, gioco d’azzardo, animali domestici, telefonini e così via: tanto paga Pantalone – commenta Brambilla -. Sempre nel computo della spesa pensionistica troviamo gli assegni di invalidità civile spesso abbinati all’indennità di accompagnamento e, dulcis in fundo, anche le pensioni di guerra (95.000). In totale i pensionati totalmente o parzialmente assistiti sono oltre 7,2 milioni su 16,3 milioni di pensionati. Isee e prestazioni sociali erano state studiate per quel 6/8% massimo di popolazione con gravi problemi; se diventano oltre il 50% significa che il sistema non funziona più».
E il rischio è che l’assistenzialismo erogato a tante, troppe persone spesso senza averne reale diritto o necessità – si pensi solo a quanto accaduto con il reddito di cittadinanza che una volta abrogato ha fatto svettare gli indici dell’occupazione – finisca con il ridurre le prestazioni a chi tasse e contributi li paga per davvero e pure in misura sostanziosa, come capita sempre in ambito pensionistico, dove Brambilla ricorda come «il fatto che Istat dica che la spesa per pensioni è pari al 16,61% del Pil contro una media europea del 12,8% espone i cittadini onesti che pagano i contributi a ulteriori riduzioni delle loro rendite, come accaduto con la riforma Fornero e con la mancata indicizzazione delle pensioni alte del governo Meloni. Ma se siamo pieni di buonisti che non controllano nulla, perché lavorare e pagare tasse e contributi?»
E il rischio per la maggioranza di governo è che continuare ad ignorare il problema del costo abnorme dello stato sociale e delle inefficienze colossali della macchina pubblica si traduca rapidamente in un calo dei consensi, che i vari sondaggi hanno già iniziato a registrare, visto che l’elettore, oltre che con il cuore, vota sempre più anche con il proprio portafoglio sempre più spremuto e vuoto da una pressione fiscale asfissiante.
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