L’Italia è un paese sempre più strano che pur essendo uno dei paesi più ricchi al mondo (ottavo nelle classifiche internazionali, preceduta da colossi come Usa, Cina, Giappone, Germania, India, Regno Unito e Francia), al quarto posto per export (appena superato il Giappone), al secondo posto per manifattura in Europa (dietro alla sola Germania), è anche tra i primi cinque paesi al mondo per rapporto tra spesa sociale e Pil che nel 2025 ha raggiunto la cifra di 185 miliardi, tanto da fare dire ad un osservatorio attento e preciso come quello di Itinerari Previdenziali, che si è in presenza di una sorta di un assistenzialismo metadone sociale pubblico.
185 miliardi di spesa per aiutare 30 milioni (su 58) di italiani ad avere qualche beneficio sociale o sconto sulle tariffe pubbliche è probabilmente troppo, anche perché una platea così ampia si giustificherebbe in ben altri contesti, non quelli che vede un paese di possessori di “prime case” (per oltre l’80% dei residenti) o di seconde o anche di terze case, magari utilizzate con il trucchetto di trasferirvi la residenza per parti della famiglia tanto per beneficiare delle agevolazioni “prima casa” anche per quelle di vacanza.
Non solo: l’assistenzialismo metadone sociale pubblico mal si concilia con altri dati: l’Italia è tra i primi tre paesi per spesa in gioco d’azzardo con un importo che nel 2024 è stato di ben 157 miliardi (dato dell’Agenzia dei Monopoli), oltre ad altri 20 miliardi di gioco irregolare, pari ad una quota pro capite di 2.665 euro, decisamente molto più di quella sanitaria (2.345 euro). E che dire della spesa in telefonia, vera passione italica visto che nel paese sono attive 80 milioni di Sim o dei 20 miliardi andati letteralmente in fumo per gli acquisti di tabacco nelle sue varie forme o, ancora, dei 10 miliardi spesi per maghi e fattucchiere per predire il futuro, decisamente di più di quanto versato nei fondi pensione integrativi a supporto del proprio reale e concreto futuro previdenziale.
In compenso la spesa per l’assistenzialismo metadone sociale cresce di anno in anno, anche sotto la spinta della politica che non lesina il getto di qualche denaro ora a questa, ora a quella folla di postulanti al solo fine di conquistare consenso, sorvolando sul fatto che la spesa pubblica nazionale è ormai ben oltre la soglia dei 1.000 miliardi all’anno e che il debito pubblico ha ormai valicato stabilmente i 3.000 miliardi.
Eppure spazio di manovra per un governo minimamente coraggioso e volonteroso di non lasciare in eredità conti pubblici sempre più traballanti ci sarebbe, a partire da un maggiore controllo sui reali requisiti di chi chiede una facilitazione o uno sconto di qualsiasi sorta, oltre a ridurre il peso immane degli sprechi pubblici stimati in oltre 50 miliardi di euro, cui s’aggiunge un’ulteriore zavorra che grava sul sistema Paese costituito da una burocrazia capillare ed invasiva che è stimata costare in 40 miliardi annui di extracosti, solo recentissimamente scalfita per circa 2 miliardi dal decreto Pnrr che ha tagliato alcuni adempimenti.
Va bene festeggiare il recente rialzo delle stime di crescita del Paese fatte da Standard & Poor’s, ma sarebbe altrimenti bello festeggiare un Paese che diventa tangibilmente – andando oltre le dosi omeopatiche fin qui viste di efficienza e di responsabilizzazione – moderno, aumentando quella produttività che da sempre è la palla al piede di qualsiasi ambizione di crescita oltre i livelli da prefisso telefonico, magari lavorando tutti di più e meglio anche per conseguire quegli aumenti di reddito che negli ultimi vent’anni in Italia hanno latitato.
Le elezioni politiche 2027 – salvo scenario contrario complice le tensioni sempre più evidenti nella maggioranza del governo Meloni originate da una Salvini premier sempre più in crisi – non facilitano sicuramente una presa di responsabilità da parte della politica che teme dannatamente di mettere gli italiani dinanzi alle loro responsabilità.
Ma maggiori controlli e una migliore scrematura tra coloro che utilizzano l’Isee sarebbero doverosi, anche per frenare l’impetuosa crescita della spesa assistenzialistica, concentrandola sui reali bisognosi e fragili.
Come per tutte le droghe, anche per l’assistenzialismo va praticata una cura disintossicante e Giorgia Meloni, paladina di un centro destra che della lotta agli stupefacenti ha fatto una bandiera, potrebbe ben appuntarsi il merito di avere lottato e vinto anche la battaglia contro il metadone sociale, liberando quelle risorse – assieme a quelle degli sprechi, dell’inefficienza e dell’evasione fiscale – per attivare gli investimenti per la modernizzazione del Paese, per dare migliori servizi e, soprattutto, abbattere l’enorme peso fiscale che grava su cittadini ed imprese.
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