Nonostante le acclarate crisi di gran parte dell’industria manifatturiera europea e nonostante l’accertato fallimento delle politiche ambientaliste a senso unico applicate dalla Commissione Europea, a Bruxelles si continua ad andare dritti per la strada del baratro del “Green Deal”, questa volta mettendo nel mirino ambientalista l’approvvigionamento di energia fossile.
Nonostante la crisi in atto in Medio Oriente e nel Golfo persico, la Commissione europea invece di facilitare le importazioni di energia fossile, fa giusto il contrario. Da gennaio 2027, il regolamento dell’Unione europea sul metano impone agli importatori di gas naturale e petrolio greggio di dimostrare che i Paesi esportatori o i produttori soddisfino i rigorosi requisiti di monitoraggio, rendicontazione e verifica (in sigla Mrv), equivalenti agli standard Ue per evitare la dispersione nell’ambiente di gas metano – cosa che succede con una certa facilità – e di petrolio. Una linea ribadita anche nell’ultima riunione del Consiglio Ue Energia a Lussemburgo.
Secondo uno studio condotto da Wood Mackenzie e supportato dall’International association of oil and gas producers, a fronte di queste regole, dal prossimo gennaio la Ue rischia di perdere fino al 43% dell’approvvigionamento di energia fossile a partire dal petrolio. L’analisi sostiene che, a oggi, nessun Paese esportatore è considerato equivalente all’Ue in termini di “Mrv”. I volumi di produzione globale di petrolio e gas segnalati ai sensi dell’Ogmp (lo standard globale di riferimento per la trasparenza dei dati ambientali) sono insufficienti.
La conseguenza è che l’approvvigionamento di energia fossile, gas metano o petrolio, facilmente disponibili all’Europa, diventeranno improvvisamente inutilizzabili grazie all’ottusa burocrazia ambientalista che si è incistata dalle parti di Bruxelles visto che nessun importatore è disponibile a farsi carico dei balzelli ambientali per mancata conformità. I volumi conformi alla normativa “Mrv”, accessibili al mercato dell’Ue, sarebbero insufficienti a soddisfare la domanda, innescando un divario di approvvigionamento, con gravi ripercussioni sul mercato. Anche in uno scenario più flessibile, in cui dieci Paesi fornitori chiave dell’Ue fossero considerati “equivalenti”, i volumi conformi sarebbero comunque insufficienti al fabbisogno Ue.
Alcuni produttori, soprattutto quelli privi di sistemi avanzati di monitoraggio delle emissioni di metano in atmosfera, potrebbero tagliare o sospendere temporaneamente le consegne nell’Unione, orientando così i carichi di gas metano e petrolio greggio verso mercati più permissivi, uno su tutti: la Cina. Le conseguenze per il mercato europeo dell’energia sarebbero un aumento dei prezzi del gas naturale, del petrolio greggio e dei prodotti raffinati, con conseguenze negative per le famiglie europee e un ulteriore, ingiustificabile danno alla competitività industriale europea, sia sul mercato interno che, soprattutto, su quello estero.
Lo studio di Wood Mackenzie evidenzia uno scenario di riduzione del 50% della capacità produttiva, e la chiusura di 40 raffinerie dell’Ue, trasformando l’Europa da realtà esportatrice di benzina a importatore netto, con un aumento della spesa di oltre 17 miliardi di dollari all’anno. Con forti conseguenze anche alla pompa: il prezzo della benzina aumenterebbe del 24-25% mentre quello del gasolio del 16% circa.
Il regolamento europeo non avrà vita facile: l’Italia, assieme ad Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia ha presentato una nota alla riunione del Consiglio Energia, dove si afferma come sia necessario «rinviare di tre anni l’applicazione degli obblighi del regolamento, perché la sua attuazione non è «attualmente fattibile». Anche la Germania ha definito «urgente» una revisione o il rinvio delle norme, senza però uscire dal suo tradizionale galleggiamento tra una voglia ambientalista che cozza frontalmente con la realtà della manifattura che, grazie alle tavole del “Green Deal” sta pubblicando ogni giorno sanguinosi bollettini di licenziamenti a decine di migliaia e chiusura di fabbriche.
Ursula von der Leyen, in uno slancio di bontà, si è detta disponibile a non applicare sanzioni per tre anni per i contratti conclusi entro la fine del 2027. Magra consolazione, una toppa peggiore del buco scavato dalle amorevoli menti ecologiste a prescindere della Commissione Ue. Solo un rinvio degli obblighi del regolamento potrebbe garantire la continua disponibilità di gas naturale e petrolio greggio da fonti diversificate preservando la posizione contrattuale dell’Ue ed evitare l’aumento dei prezzi innescato dalle normative vincolanti.
Uno scenario che, manco a dirlo, non è condiviso da tutti i Ventisette: Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, durante la discussione sul regolamento metano al Consiglio Ue, ha escluso una riapertura del dossier: «la Commissione è concentrata sull’implementazione del regolamento metano in modo che non metta a rischio la sicurezza delle forniture. Non stiamo lavorando a un emendamento al regolamento, perché questo aumenterebbe solo l’insicurezza e l’incertezza nel mercato». Jorgensen ha aggiunto che l’esecutivo europeo sta lavorando a una raccomandazione per fornire linee guida su come dimostrare il rispetto con i requisiti del regolamento e ha invitato gli Stati membri ad adottare sanzioni.
Pare che a Bruxelles non esistano limiti al farsi male da soli, specie ora che tra alte temperature e siccità pure le centrali nucleari sono costrette a marciare al minimo perché impossibilitate a raffreddarsi per mancanza di acqua. E tagliare così sull’approvvigionamento di energia fossile, a partire da quella più pulita del gas metano, rischia di essere un autodafé finale.
La domanda che ci si pone per le strade è quanto tempo si dovrà ancora aspettare perché ci sia qualcuno che vada al 13° piano di palazzo Berlaymont a prendere per la collottola il presidente e la schiera degli eurocommissari e cacciarli via dal palazzo per palese ignominia europea? Già i vari governi europei non hanno mai brillato per capacità di azione e reazione, ma gli ultimi due a guida Ursula von der Leyen sono sprofondati così in basso che più in basso non si può.
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