L’intelligenza artificiale o AI dalla sigla in inglese è sempre più al centro della cronaca, vuoi per la continua crescita degli investimenti nel settore da parte di soggetti privati e, in misura minore, pubblici che stanno pompando miliardi a manetta nonostante una redditività ancora ben lungi dall’essere concreta, vuoi perché crescono sempre di più i dubbi sui pericoli sociali, economici e perfino democratici connessi alla diffusione e, soprattutto, alla gestione dell’AI concentrata in poche mani.
In questo contesto, l’addio di Jacob Coxon, uno dei principali ricercatori di Anthropic, la società americana di pubblica utilità nel settore dell’intelligenza artificiale, e le sue parole sui rischi legati all’AI per il futuro dell’umanità, hanno il sapore di una profezia: sembrano rievocare scenari al confine tra Matrix e Terminator, gettando nuove e pesanti ombre sull’intelligenza artificiale.
Lo sfogo di Coxon sui social di Musk X con una pesante reprimenda etica alle aziende AI («ho trascorso gli ultimi tre anni a svolgere ricerche di pre-addestramento, sia presso OpenAI che presso Anthropic. Nessuna delle due aziende si sta comportando in modo responsabile. Stanno correndo a perdifiato verso la superintelligenza auto-migliorante e stanno giocando con le nostre vite») ha aperto una sorta di vaso di pandora digitale: per Coxon «le persone che sviluppano l’AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. Non si tratta di una trovata di marketing. Anzi, molti dirigenti e ricercatori di alto livello cercheranno di usare un linguaggio più sensato nelle loro dichiarazioni alla stampa, ma sento le stesse persone esprimere timore». Secondo Coxon «presto si tratterà di sistemi sovrumani in grado di hackerare qualsiasi cosa, rivoluzionare qualsiasi settore da un giorno all’altro e acquisire potere e risorse reali».
È il peggior incubo che l’umanità possa temere: l’evoluzione dell’intelligenza artificiale potrebbe portare entro la fine del decennio ad un vero e proprio rischio esistenziale per il genere umano, distruggendolo.
Un commiato quello del ventisettenne Coxon che sta ingrossando la fuga degli scienziati che negli ultimi mesi hanno deciso di congedarsi dai laboratori di sviluppo dell’AI, allarmati dalla potenzialità dei sistemi che stanno sviluppando.
Coxon è solo l’ultimo dipendente a lasciare un importante laboratorio statunitense di AI citando tra l’altro preoccupazioni legate alla sicurezza. A fine luglio se ne era andata Chloé Bakalar, unica eticista dedicata dell’azienda, poi Johannes Heidecke, responsabile del team sistemi di sicurezza. Quindi era toccato a Joshua Achiam, già responsabile della Mission Alignment, al direttore operativo Brad Lightcap, ed infine al ricercatore Andrew Ho, dimessosi per divergenze tecniche.
L’addio di Coxon giunge mentre Anthropic – che ha fatto della sicurezza dell’AI un elemento centrale della propria immagine pubblica, probabilmente ridotta ad una sorta di specchietto per le allodole – si prepara a una colossale offerta pubblica iniziale (Ipo) che potrebbe portare la valutazione dell’azienda a mille miliardi di dollari.
Un importante ricercatore nel campo della sicurezza presso Anthropic, Evan Hubinger, ha confermato l’allarme di Coxon affermando che l’intelligenza artificiale si sta evolvendo così rapidamente da fargli ritenere che vi sia una probabilità superiore al 10% che «possa sterminare tutta l’umanità» entro il prossimo decennio. In un post su X, Hubinger ha affermato che il rischio derivante dai modelli attualmente esistenti è “basso” ma si è detto “preoccupato” che la tecnologia possa presto svilupparsi e perfezionarsi al punto da rappresentare in un futuro prossimo un rischio esistenziale per l’umanità.
Di fatto, al momento i laboratori di AI agiscono come tribù in competizione, ciascuna convinta che fermarsi significherebbe consegnare il futuro a chi è meno cauto. Una corsa senza rete e senza paracadute che sta catalizzando l’interesse degli investitori che non si fanno problemi a staccare assegni miliardari per partecipare a quello che sembra essere il business del decennio corrente, nonostante che si faccia ogni giorno più preoccupante la crescita a debito del settore dell’AI, con continue emissioni di titoli e di obbligazioni a fronte di un valore puramente teorico e speculativo non ancora accompagnato da tangibili dividendi per chi vi ha investito. E lo scenario di una nuova “dot.com” stile fine anni Novanta del secolo scorso, quando bastava sventolare una qualsiasi iniziativa sulla rete per catalizzare investimenti e quotazioni a razzo nelle Borse di mezzo mondo, è lì pronto a scendere nuovamente in campo, solo che ora sta a bordo pista a scaldarsi i muscoli supportato dall’ingordigia senza limiti dei soliti noti che stanno al timone delle cosiddette “Big Tech”, a partire da Google, Microsoft, Amazon, Apple e Meta, mentre sono un po’ più distaccate le realtà basate in Cina, che nel teatro dell’AI hanno scelto una strada meno complicata e più semplificata, ma allo stesso tempo parimenti efficiente, sfruttando minori disponibilità tecnologiche, visto che i processori più performanti utilizzati nello sviluppo dell’intelligenza artificiale sono sottoposti al bando del governo Usa nei confronti di Cina & Co.
La forte spinta dell’intelligenza artificiale, già ampiamente impiegata anche nelle operazioni belliche, potrebbe andare rapidamente a braccetto con lo sviluppo di robot antropomorfi sempre più prestazionali ed efficienti, con lo scenario di creare eserciti di droni militari antropomorfi, capaci di muoversi sul terreno senza fatica – seppur negli ambiti consentiti dalla loro autonomia energetica – e, cosa derimente, senza quel timore e paura per la propria vita tipica dei soldati umani, magari comandai dalla stessa AI forse con la mera supervisione di qualche generale umano.
Infine, l’aspetto democratico: già ora sono i grandi delle “Big Tech” con i loro algoritmi che determinano cosa valorizzare per la conoscenza globale e cosa no, facendo delle scelte basate esclusivamente sulla loro convenienza economica o strategica, sorpassando in quarta se non in quinta corsia il processo democratico e di autodeterminazione di persone, organizzazioni sociali e pure di interi governi e stati. Nel passato, quando una società diventava troppo grande, i governi intervenivano per frazionarla e riportarla nelle giuste dimensioni economiche per non ledere la concorrenza sul mercato e non diventare politicamente troppo ingombrante. Si dovrebbe fare oggi lo stesso con queste realtà digitali sempre più grandi che, anche prese singolarmente, registrano ciascuna fatturati superiori al bilancio annuale di stati appartenenti al G7, a partire da Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna. Tardare ancora un intervento di riduzione del loro potere economico, politico e democratico può essere letale soprattutto per la democrazia occidentale.
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