Acquisto di Aspi da parte di Cdp (e fondi): c’è stata truffa ai danni dello Stato?

Esposto dei comitati delle vittime del ponte Morandi di Genova. Possibile che il prezzo di vendita sia stato artatamente gonfiato. La gestione schizofrenica delle concessioni autostradali.

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L’acquisto di Aspi da parte di Cassa depositi e presiti con il pagamento di ben 8,3 miliardi a favore di quell’Atlantia della famiglia Benetton a seguito del crollo del ponte Morandi a Genova e delle 43 vittime potrebbe essere stato non trasparente, con la possibilità che si sia orchestrata una colossale truffa ai danni dello Stato. Ne sono convinti gli esponenti dei vari comitati vittime del ponte Morandi, operatori economici e altre categorie che hanno presentato un esposto alla Procura di Roma per chiedere di fare luce su una vicenda che mostrerebbe qualche lato oscuro, specie sulla valutazione dell’effettivo valore della società, che «potrebbe avere integrato i contorni tipici di un artificio e raggiro di cui lo Stato sarebbe stato vittima».

L’esposto alla Procura di Roma va ad aggiungersi all’indagine già in corso sui presunti falsi in bilancio commessi dai vertici di Aspi che avrebbero dirottato ingenti volumi di denaro a favore degli azionisti (tra cui quelli di maggioranza della famiglia Benetton) distraendoli dalla spesa in manutenzioni ordinarie e straordinarie.

L’acquisto di Aspi da parte di Cdp con l’appoggio finanziario di due fondi d’investimento come Blackstone e Macquarie per ben 8,3 miliardi di euro aveva sollevato critiche da parte di molti, che ritenevano una sorta di ingiusto premio agli azionisti rilevare a pagamento una società colpevole del crollo del ponte Morandi e delle 43 vittime, colpevole anche di avere praticato la politica della lesina su tutte le manutenzioni ordinarie e straordinarie della rete autostradale. Secondo i consulenti tecnici dei comitati – pare condivisi anche dagli inquirenti – sarebbe stato più̀ conveniente «procedere alla revoca della concessione», affrontando un possibile contenzioso , visto che il vero valore di Aspidepurato «dall’alto indebitamento finanziario» (traslocato nella pancia dei nuovi acquirenti) e dai reali investimenti sulla rete (sempre rimandanti nel tempo, secondo quanto emerso da un’indagine di una commissione incaricata dal Mit, non emersi al momento della trattativa di vendita) – sarebbe stato nella migliore delle ipotesi di 4,5 miliardi. O, nella peggiore, valore azzerato, tanto da consentire allo Stato di riprendersi le concessioni di Aspi a zero euro.

Secondo quanto contenuto nell’esposto presentato alla Procura, Aspi era «sull’orlo di uno stato di crisi» occultata da un’indebita «pesante sovracompensazione», grazie alla «disinvolta gestione operativa degli investimenti». Un comportamento che avrebbe «disatteso» regolarmente gli impegni presi nelle convenzioni firmate con lo Stato nel 2007 e poi nel 2013, ribaltando tutto il possibile sulle tariffe, dunque sugli utenti. E qui, politicamente, tornano in ballo tutti i governi di quel periodo che non hanno adeguatamente controllato e tutelato i beni dello Stato affidati in concessione ad un privato che non ha operato correttamente.

Nell’esposto si ricordano anche gli indirizzi di corretta gestione delle concessioni pubbliche da parte della giurisprudenza europea, che prescrive un basso tasso di indebitamento (in Aspi altissimo), alta patrimonializzazione, distribuzione contenuta di dividendi (Aspi spremuta come un limone), divieto di scaricare il prezzo d’acquisto nei debiti societari.

Quello che fa specie, evidenziano i comitati genovesi nel loro esposto, è il comportamento dei governi, specie quel Draghi che ha concluso l’acquisto nel 2022, che di fatto ha avallato con il suo silenzio le «prassi viziose» messe in atto dalla gestione Aspi. Non solo: se Aspi non avesse violato gli obblighi di investimento sulla rete con una bassa retribuzione degli azionisti, ora con il passaggio a Cdp, il governo ha autorizzato la possibilità di passare da una media di dividendi di circa 500 milioni di euro all’anno a ben un miliardo. Una decisione presa sulla spinta dei due fondi d’investimento che per entrare nell’azionariato hanno preteso un’elevata remunerazione. E a questo riguardo, ci sarebbe di interrogarsi circa l’opportunità di avere fatto entrare nella compagine azionaria di Aspi i due fondi, quando CDP avrebbe avuto fondi a sufficienza per coprire da sola l’investimento, visto che con i soli dividendi avrebbe potuto ritornare dell’investimento in meno di 10 anni.

Che Aspi sotto la gestione dei vertici di nomina Benetton sia stata gestita male è evidenziato anche da un alto aspetto che porta in luce uno scarso controllo sugli effettivi assetti della società prima di provvedere al suo acquisto a peso d’oro: la stessa concessionaria ha chiesto allo Stato di erogare ben 21 miliardi per provvedere ai lavori di manutenzione straordinaria necessari per mettere in sicurezza una rete in molti punti a rischio per via delle manutenzioni ordinarie non eseguite.

In tema di autostrade non ben gestite dallo Stato c’è anche l’annosa questione della concessione di A22, ormai scaduta da ben 10 anni. Alla vigilia dei termini per la presentazione delle offerte da parte degli aspiranti concorrenti, il ministro Salvini ha prorogato la scadenza a fine 2025 in attesa dell’esito del giudizio presso la Corte di giustizia Ue in tema di diritto di prelazione nel corso di un procedimento similare. Se la Corte dovesse cassare la prelazione, così come dovrebbe fare, c’è poi anche la stridente durata della concessione in 50 anni, ben oltre tre volte i limiti fissati dall’Autorità di regolazione dei trasporti, che lo stesso Salvini ha disapplicato nell’emanazione del bando di gara quasi ai tempi supplementari.

Comunque si giri la questione del rinnovo della concessione A22, Salvini dovrebbe darsi il coraggio che non ha e assegnare senza ulteriori ritardi la gestione dell’arteria per i prossimi 15 anni ad Autostrade dello Stato Spa, società di diretta emanazione del ministero delle Finanze, superando i feudalesimi infrastrutturali che permeano il Paese. Ma è lecito dubitare che, oltre al coraggio che non ha, abbia la volontà politica di fare gli interessi dello Stato piuttosto di quelli dei feudatari autostradali, spesso impersonati da suoi sodali di partito.

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