L’accordo Usa-Ue sui dazi sottoscritto da Donald Trump e Ursula von der Leyen in uno dei resort golfistici privati di Trump fa emergere sempre più ombre, delusioni e insussistenza europea, a partire dalla stessa Ursula, finita infilzata 15 volte tanto da un Trump che ha siglato l’accordo non tanto in una delle capitali interessate (Washington o Bruxelles), ma in una sua proprietà privata per giunta situata in una Gran Bretagna da poco uscita dal bordello europeo e che ha ottenuto condizioni commerciali di gran lunga più favorevoli di quelle dell’Unione guidata da una sempre più evanescente von der Leyen.
Da quel poco di certo che emerge, si evidenziano alcuni aspetti che minano la stessa credibilità dell’accordo, con le due versioni Usa e Ue che differiscono tra loro, a partire dall’impegno europeo di acquistare dagli Stati Uniti energia per 250 miliardi di dollari all’anno per tre anni, quando l’attuale volume totale di esportazioni energetiche Usa vale solo 141 miliardi. Dove si troveranno i 109 miliardi di energia che mancano alla concretizzazione dell’accordo? O, piuttosto questo vale un più realistico 250 miliardi di dollari in tre anni? E poi, come la si mette con le altre forniture che l’Europa (e i singoli stati aderenti) ha in corso con i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa attraverso contratti a lunga scadenza?
Anche l’impegno sbandierato da von der Leyen di investire 600 miliardi di dollari da parte delle imprese europee sul territorio statunitense regge a malapena, visto che per i maggiori paesi manifatturieri europei – Germania, Francia e Italia in particolare – ciò significherebbe un drastico aumento dei propri investimenti (con l’Italia chiamata quasi a raddoppiare l’attuale volume totale degli investimenti esteri, per di più concentrati in un unico paese).
Ma poi c’è anche la mancata reciprocità, visto che a fronte del dazio del 15% gravante sulle merci europee, che poi devono scontare anche la svalutazione del dollaro sull’euro per un controvalore del 14%, quelle americane possono entrare nell’Ue a dazio praticamente zero e a condizioni di maggiore favore vista la svalutazione monetaria. Senza considerare il fatto che l’accordo ha riguardato solo lo sbilanciamento commerciale Usa gravante sui beni, mentre ha totalmente glissato sul fronte dei servizi, dove la supremazia Usa sull’Ue è decisamente marcata, a partire da quelli finanziari a quelli digitali. Dove l’Unione europea paga il mancato sviluppo di un mercato finanziario effettivamente comune e il mancato sviluppo delle tecnologie digitali, spesso ancorate ad una visione nazionale più che comunitaria.
Da tutta la vicenda sull’accordo Usa-Ue emerge ancora una volta come l’Unione europea sia tutt’altro che un’unione coesa e con una visione d’insieme, con i 27 paesi aderenti ancora decisamente preminenti, tanto che la stessa Unione europea, dopo il fallimento di dotarsi di una Costituzione proposta nel 2004 a causa della bocciatura del referendum in Francia e nei Paesi Bassi avvenuta nel 2005, ha proseguito con l’edificazione di un tetto costituito da una moneta unica e da una Corte di giustizia, ma priva delle fondamenta costituzionali e fiscali, oltre che di reali poteri di coordinamento di stampo federalista dei paesi aderenti.
Il risultato è un mercato europeo di 450 milioni di abitanti, 100 milioni in più degli Stati Uniti, con disoccupazione ai minimi storici e un tasso di risparmio così alto che ogni anno 300 miliardi d’investimenti degli europei se ne vanno all’estero, specie con direzione dei fondi d’investimento americani, privando così l’Unione di un formidabile volano per sostenerne lo sviluppo. Un mercato europeo che non è tale, frenato da “barriere interne”, veri e propri dazi, che limitano la crescita prima ancora che per l’offensiva protezionistica di Donald Trump possa estrinsecarsi.
Si tratta di barriere – normative, di mancati investimenti, di vecchie abitudini e atteggiamenti tesi a “proteggere” interessi nazionali – in larga parte nazionali e non nati a Bruxelles che oggi sarebbe indispensabile rimuovere, anche perché sono dei dazi interni che la stessa Ue si è autoimposta in questi anni. Dazi che secondo quanto ha dichiarato il premier Giorgia Meloni, intervenendo all’Assemblea di Confindustria a Bologna, «secondo il Fondo monetario internazionale, il costo medio per vendere un bene tra gli Stati dell’Unione europea equivale a una tariffa di circa il 45%, rispetto al 15% stimato per il commercio interno negli Stati Uniti. Per non parlare dei servizi, dove la tariffa media stimata arriva al 110%: non può essere sostenibile». Dazi interni che pesano sul ritardo di produttività dell’Europa, con un Pil che negli anni ha accumulato un gap del 30% rispetto agli Usa.
Di seguito le principali barriere interne al contesto europeo su cui dovrebbe intervenire una vera Commissione europea guidata da un leader autorevole e credibile.
Regolamentazioni e standard nazionali eccessivi o divergenti: anche se l’UE si impegna per l’armonizzazione, rimangono differenze nazionali in aree come la sicurezza dei prodotti, gli standard ambientali, i requisiti di etichettatura e le specifiche tecniche. Se un prodotto deve essere leggermente modificato o nuovamente certificato per soddisfare standard diversi in ogni Stato membro, ciò aggiunge costi e complessità, agendo di fatto come una barriera al commercio;
Burocrazia e oneri amministrativi: procedure amministrative nazionali diverse, requisiti di licenza o regole di conformità fiscale possono creare ostacoli significativi per le imprese che operano oltre confine, specialmente per le piccole e medie imprese (PMI). Si pensi che il rapporto Draghi evidenziava l’approccio europeo troppo “regolatore” al digitale, con più di 100 normative specifiche e il solo Gdpr sulla protezione dei dati responsabile di un sovrapprezzo del 20% in più per il costo degli stessi per le aziende europee;
Protezionismo nazionale (mascherato): gli Stati membri potrebbero implementare politiche che, pur non essendo esplicitamente dei dazi, favoriscono comunque produttori nazionali. Questo può avvenire in diversi modi, come regole sugli appalti pubblici, aiuti di Stato (anche se soggetti alle norme dell’UE), o processi di certificazione nazionali eccessivamente complessi che sono più facili da gestire per le aziende nazionali;
Dipendenze energetiche e delle catene di approvvigionamento: pur non essendo una “tariffa”, la dipendenza da specifiche fonti energetiche esterne o materie prime critiche può creare vulnerabilità interne e svantaggi competitivi per alcune industrie all’interno dell’UE, che alcuni potrebbero inquadrare metaforicamente come un onere economico interno;
Sistemi e aliquote fiscali nazionali differenti: pur non essendo dazi, le diverse aliquote IVA o altre imposte nazionali possono complicare il commercio transfrontaliero e talvolta portare a distorsioni;
Mancanza di piena integrazione in alcuni settori: i servizi o i mercati digitali, non sono integrati quanto il mercato delle merci, portando a maggiore frammentazione e barriere che possono assomigliare a “dazi interni” nel loro effetto economico
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